
In questi giorni il Quadraro è in fibrillazione per le tante iniziative che si sviluppano tra i due territori del V° e del VII° Municipio di Roma.
Come ogni anno, la comunità territoriale composta da una fitta rete di associazioni, centri sociali, sezioni ANPI, insieme al contributo delle scuole, degli storici, degli studiosi e degli artisti, offre a tutti coloro che vorranno partecipare agli eventi, un’occasione sia di approfondimento storico di quanto avvenne durante l’occupazione nazifascista di Roma, sia la possibilità di comprendere quanto la memoria come ingranaggio collettivo, debba passare necessariamente anche attraverso linguaggi nuovi, andando oltre la retorica della deposizione delle corone che resta comunque un momento istituzionale importante.
Quando venni a vivere al Quadraro vecchio, nel 2009, fui da subito colpita da questa storia e soprattutto dal fatto che era sconosciuta ai più. Andai quindi a comprare il libro di Walter De Cesaris, “La borgata ribelle” che conteneva in allegato il primo atto di memoria: un elenco dei rastrellati redatto da don Gioacchino Rey, il prete del Quadraro. In questo elenco c’erano scritti nomi, cognomi e indirizzi dei rastrellati. Così andai in giro a cercare i testimoni del rastrellamento per ascoltare le loro storie, ma i riferimenti che avevo non erano più attuali, per cui mi misero in contatto con altre associazioni e realtà territoriali che si occupavano già da tempo di rendere viva questa memoria.
Conobbi l’orgoglio di una comunità che aveva preso “il testimone” di una storia che doveva essere raccontata. Indimenticabile fu l’incontro con Sisto Quaranta che ci disse: – Quando morirò questa storia verrà dimenticata? Dovete essere voi a raccontarla – . E poi Vanda Prosperi che era una bimba di appena sette anni quando all’alba di 80 anni fa, strapparono il suo amato padre davanti ai suoi occhi, dagli affetti dei suoi cari.
Così avvenne per oltre 700 uomini dai 15 ai 60 anni, deportati prima nel campo di prigionia di Fossoli, e poi in Germania, Polonia e Austria, costretti a vivere in condizioni disumane, nelle fabbriche chimiche e minerarie e nei campi di lavoro. La storia li denominò gli “Schiavi di Hitler”.
Ma quello che forse è ancora più importante ricordare è come un intero territorio, dal commerciante al parroco, dall’artigiano al poliziotto, si sia ribellato all’oppressione. E poi come non ricordare le donne del Quadraro che si trovarono costrette, già in un periodo di estrema difficoltà economica, a sopravvivere alla fame. Difatti dalle prime ore dopo il rastrellamento e per i mesi successivi, un’intera comunità di sole donne, anziani e bambini, doveva farsi forza e superare queste terribili difficoltà senza puntare più sugli uomini, tutti rastrellati, eccetto quei pochi che riuscirono a scappare.
La memoria è un patrimonio comune e fondamentale per vivere il nostro presente.
Sono infatti tanti i paesi e i popoli che nel mondo hanno subito e che continuano a subire oggi, sulla propria pelle, i genocidi, i rastrellamenti e le privazioni di libertà.
In queste giornate legate alla commemorazione del Rastrellamento del Quadraro, verranno coinvolti studenti non solo italiani, ma anche quelli provenienti da tante parti del mondo e alcuni proprio da quei territori che ancora non conoscono la parola Pace. Raccontare a loro i fatti del rastrellamento del Quadraro, vuole significare un momento di condivisione collettivo, per dare linfa vitale ai valori della libertà e dell’antifascismo, valori che vanno oltre i confini nazionali e su cui si fonda la nostra amata Costituzione.
