
L’istruzione pubblica è uno dei perni su cui si regge la “rivoluzione promessa” della nostra Costituzione, ma è da decenni in crisi. Il diritto allo studio, ha, infatti, subìto le conseguenze di politiche che guardavano alla scuola e all’Università come una cassa da cui attingere e hanno inevitabilmente comportato lo svuotamento di quel ruolo fondamentale che l’istruzione rappresentava come ascensore sociale.
Arrivando a oggi, la situazione per studenti medi e universitari si è gravemente complicata, per effetto delle politiche della Destra di governo, a livello nazionale e locale.
Qualche buona intenzione, tante dichiarazioni, ma, in fondo, il nulla. A un anno dalla vittoria alle elezioni regionali del Lazio potrebbero essere riassunte così le politiche della Giunta Rocca sul Diritto allo Studio Universitario.
A volte si adagia su un generico “non ci sono i soldi”. Eppure, l’attuale amministrazione eredita una situazione fortemente migliorata rispetto a 10 anni fa. Ci ricordiamo, difatti, della figura dell’idoneo non beneficiario, ormai solo un ricordo. Ci ricordiamo anche che la Regione Lazio, sin dagli anni della pandemia, ha messo in campo strumenti di sostegno all’affitto i quali, seppure parziali, hanno costituito un importante aiuto per tanti.
Insomma, ci si aspettava, dopo un decennio in cui si è scelto di applicare l’art. 3, comma 2, Cost., di proseguire su questa strada.
Invece, anche conquiste oramai consolidate sembrano scricchiolare. Lo scorrimento delle graduatorie del bando per il diritto allo studio 2023/24 è avvenuto nella più totale incertezza e a singhiozzo, sino a esitare – dopo mesi di proteste – nella dichiarazione dei rimanenti 5.635 studenti come vincitori (si badi bene, a marzo, ad anno accademico quasi concluso).
Sullo sfondo, l’atteggiamento della Regione nei confronti delle istanze studentesche è, semplicemente, votato alla banalizzazione. Di fronte alla recente segnalazione dello stato (a volte pietoso) in cui versano le residenze studentesche ci si rifugia dietro dichiarazioni a effetto; di fronte al grave problema della crisi abitativa che affligge la città e colpisce in primo luogo gli studenti non si va oltre le parole o meri atti formali, come l’istituzione di un apposito Osservatorio.
E l’azione, dopo l’osservazione? Latita. A un anno da quando gli studenti hanno piantato le tende, nessuno al Governo o in Regione pare aver preso troppo sul serio il fatto che nella maggior parte di Roma una stanza costa €500 e un monolocale €900, a fronte di stipendi che girano in media sui €1.600 mensili. Anzi, si tende a scindere i problemi degli studenti da quelli dei lavoratori, come se entrambe le categorie non fossero vittime di un mercato immobiliare di fatto fuori controllo che toglie ai poveri per dare ai ricchi.
Per quanto riguarda la scuola, si agisce, sì, ma mediante dimensionamento, autonomia differenziata, finanziamenti per le private; la scuola del ministro Valditara è classista, elitaria e inefficiente, che punta a dividere tra chi può permettersi di pagare i propri studi e chi non riesce, tutto ciò nascosto dietro all’aleatorio concetto di “merito”. La destra propone una narrazione competitiva, e di premiazione delle “eccellenze” ma non ha fatto assolutamente nulla per abbattere gli ostacoli economici rappresentanti dalle diseguali condizioni di partenza. Anzi, attraverso il dimensionamento scolastico (che, in sintesi, ridurrà il numero di scuole e in maniera totalmente scriteriata accorperà plessi generando situazioni ingestibili) o con l’autonomia differenziata (che aumenterà il divario tra scuole di serie A e di serie B riducendo finanziamenti già carenti) dimostra di vedere la scuola pubblica come un bancomat. Ciò significherà anche una riduzione ancora maggiore della qualità dell’insegnamento, e per quanto alla destra piaccia parlare di scuola “autorevole” nulla è stato fatto per ridare dignità ai docenti, i meno pagati d’Europa. Anzi con le riforme che si prospettano assisteremo a una ancor maggiore limitazione del loro ruolo. Un concetto che non possiamo accettare, mascherato dietro una visione ideologica di severità e di merito, ma che nella realtà dei fatti e un vero e proprio “scippo” nei confronti del futuro del nostro paese. Il tutto, condito da episodi preoccupanti, dalle recenti parole di Valditara rispetto a studenti e studentesse stranieri, al silenzio sulle manganellate subite da ragazzi inermi.
Latitano gli interventi per risolvere le storiche problematiche che allontanano il nostro paese dalla concretizzazione del diritto allo studio. Per raggiungere la scuola molti giovani che abitano lontano dalla loro scuola, soprattutto in provincia o in periferia, sono costretti a prendere i mezzi pubblici per tratte lunghe anche più di un’ora. Tuttavia, è da segnalare che nella Capitale è stato fatto un grande passo avanti: i mezzi gratuiti per tutti gli under 19. Spiace osservare che a livello regionale, invece, l’estensione della misura latita ancora.
E ancora, le cifre esorbitanti che le famiglie italiane sono costrette a spendere affinché i figli possano frequentare la scuola pubblica. Parliamo, a solo titolo di esempio e per singolo studente, di circa €400 per i libri scolastici, circa €300 per tre dizionari, €150 per le certificazioni di lingua, €450 o più per i viaggi di istruzione, €100 di contributo “volontario”.
La direzione da intraprendere è – invece – quella di riportare la scuola al centro del processo democratico, e quindi curarla, finanziarla, coinvolgere gli studenti nei processi decisionali. Costruire una scuola partecipativa, che unisce e non divide. La Città Metropolitana di Roma Capitale, che ha in gestione il patrimonio pubblico scolastico per gli istituti secondari di II grado, ha affrontato la sfida sfruttando il PNRR. Ha, difatti, avviato un serio e grande piano di interventi che ha permesso dopo più di 20 anni di riaprire i cantieri negli edifici scolastici. A questo si aggiunge l’intervento di rimozione totale dell’amianto censito, un problema che da anni gli studenti denunciavano. Questa piccola grande rivoluzione dimostra come la politica possa entrare in contatto positivamente con le nuove generazioni, infatti fin da subito l’amministrazione ha cercato il dialogo con gli studenti, facendo accedere ai momenti di confronto e nei luoghi decisionali ragazzi e ragazze anche minorenni, e che perciò non possono esprimere il loro pensiero attraverso il voto, ma che hanno molto da dire su contesti, seppur piccoli, come una scuola, che li riguardano.
