
Intanto in bocca al lupo al nuovo blog. .
Il sogno dei padri fondatori dell’Europa era quello di creare un’unione fra gli Stati che avrebbe per sempre fatto dimenticare la guerra nel vecchio continente. Oggi però, di fronte allo scenario internazionale che viviamo, qualcosa sta cambiando.
Nei mesi scorsi prima il Parlamento europeo e poi la Commissione hanno partorito una risoluzione esiziale: i governi d’Europa potranno decidere in autonomia di utilizzare una parte significativa degli aiuti dedicati alla ripresa per finanziare la produzione di armamenti. Uno stravolgimento del PNRR, nato per tentare di modificare il modello di sviluppo, con più transizione digitale, più transizione ecologica, più inclusione sociale. In un attimo siamo invece passati dagli eurobond alle euro-bomb, pagate con i soldi messi insieme per sostenere la ripresa da una pandemia. Un fatto grave che avviene a stragrande maggioranza. In questo caso l’area del dissenso a Strasburgo ha raggiunto si e no i cento deputati. Questa trasformazione avviene dunque con un consenso e un’unanimità che fanno abbastanza impressione.
L’ipocrisia è quella di utilizzare come scusa di facciata sempre lo stesso argomento, ovvero quello di sostenere lo sforzo bellico di un paese aggredito, l’Ucraina. In realtà però, dietro questo intento cresce giorno dopo giorno un’agenda bellica che sta trasformando nel profondo le politiche europee, in maniera plastica ed evidente. Torniamo indietro. Invece di investire su trasformazione e conoscenza ridiamo fiato all’industria bellica facendola tornare al centro delle nostre economie. Un suicidio, che restituisce fiato alle dimensioni nazionali. Subisce una battuta di arresto l’idea di un’Europa popolare a livello comunitario e torna in voga l’idea delle piccole patrie. Come vogliono i paesi di Visegrad e come vuole in questo momento anche il nostro governo.

L’agenda europea non testimonia certo in questo momento sovranità, autonomia e indipendenza. È un’agenda fortemente influenzata da altri organismi. Penso ad un’alleanza che dovrebbe essere difensiva e militare come la NATO che ha assunto invece nel tempo una funzione politica molto evidente. Purtroppo in questo momento non esiste un’agenda europea autonoma. Per esistere, unitamente al sostegno dell’Ucraina, non solo in termini militari ma anche umanitari, l’Europa dovrebbe ergersi come soggetto terzo in grado di costruire una trattativa. Anche perché com’è noto la pace si fa tra nemici, costruendo le condizioni in cui i contendenti possano sedersi ad un tavolo. La cosa sconfortante è che questo ruolo cercano invece di giocarlo paesi autoritari molto ostili alla dimensione europea, come ad esempio la Turchia. L’Europa abdica dunque ad una funzione che per storia, autorevolezza e credibilità potrebbe svolgere benissimo. Ad oggi non c’è traccia di questa ambizione.
Torna l’idea di un’Europa minima, molto influenzata dal Consiglio e cioè dalle leadership nazionali che hanno problemi, interessi, blocchi produttivi interni ai propri confini a cui guardare. Nella stagione tragica della pandemia abbiamo fatto un grande balzo in avanti grazie alla guida di un presidente illuminato come David Sassoli, con tutte le politiche di Next Generation EU visibili per la cittadinanza. Il combinato disposto della presidenza Metsola, una giovane conservatrice, unitamente al peso del blocco degli stati nazionali dell’Est e al peso dell’Italia – governata dalla destra – hanno ribaltato il segno politico di questa seconda fase del mandato. Si punta alle destrutturazione dell’idea dell’Europa comunitaria. Nessuno alle prossime elezioni avrà posizioni anti europee. Saranno tutti europeisti.
Ma di quale Europa parleremo? Di quella delle tecnocrazie portata avanti dalla Commissione? Quella delle nazioni e dei nazionalismi, come la intendono Orban e la Meloni? Oppure dell’ambizione di un’Europa sovrana e democratica, più vicina ai cittadini? Questa è la partita che abbiamo di fronte.
Le forze che si muovono contro l’agenda di guerra per un’Europa di pace dovrebbero perciò avere anche la maturità di mettersi insieme, di costruire una polarità plurale che abbia al centro l’esigenza di far pesare il pezzo di società che dissente anche sul terreno più strettamente politico. Quindi torniamo al sogno dei Padri fondatori dell’Europa e si ritorna a un’idea di Unione come progetto di pace. Se l’hanno vista da Ventotene Ursula Hirschmann, Rossi, Colorni, Spinelli in un momento in cui il mondo sembrava perso sotto il tallone nazifascista, allora con un po’ più di coraggio possiamo vederla anche noi dalle postazioni che occupiamo in questo momento e che non sono così scomode e rischiose come quelli dei confinati di Ventotene.
In più occasioni in seduta plenaria dell’Europarlamento ho espresso il mio voto favorevole a risoluzioni inerenti l’ assistenza finanziaria immediata a Kiev per 18 miliardi di Euro; solidarietà all’opposizione democratica in Bielorussia; disconoscimento dei passaporti rilasciati dai russi nelle regioni occupate di Ucraina e Georgia. Solo per ricordare alcune tra le tante scelte fatte, sempre a sostegno della popolazione ucraina.

Ma l’Unione e il Parlamento Europeo non sono la Nato, non sono un’alleanza militare, ma organismi democratici che possono e devono giocare un ruolo di fermezza, mantenendo sempre aperti i canali diplomatici. Io penso che torni centrale il tema di quale ruolo debbano svolgere l’Unione e il Parlamento europeo. Di quale strategia politica e diplomatica vogliamo dotarci. Quali obiettivi debba perseguire la nostra assemblea democratica, sovrana ed autonoma. Sempre che si mantenga l’ambizione di dare dignità e forza alle istituzioni comunitarie nel nuovo contesto geopolitico.
Vale per l’Ucraina e vale per il Medio Oriente.
Hamas è una organizzazione terroristica di stampo islamista che dovremmo contrastare con ogni mezzo. È evidente che il 7 ottobre c’è stata una tragedia immane, ma quel che è successo dopo va inquadrato in una prospettiva di verità.
In questi ultimi mesi i miei voti in aula e le mie dichiarazioni sono stati un urlo, una denuncia su quello che l’Europa potrebbe fare e non sta facendo, lasciando bombardare Gaza senza distinzione alcuna tra civili, militari, bambini, scuole, ospedali. Gli oltre 30mila morti della Striscia sono anche responsabilità della ignavia occidentale, di una Europa e di molti governi nazionali che si girano dall’altra parte, con qualche rara eccezione come il governo Sánchez in Spagna. L’Europa per storia e per responsabilità politica dovrebbe svolgere una attiva funzione diplomatica per arrivare quanto prima al cessate il fuoco. Ogni giorno perso, la drammatica conta dei morti è, ripeto, un monito per l’ignavia europea che osserva inerte la pericolosa precipitazione della crisi in tutto il Medio oriente. Ed è nostra responsabilità fermare il governo di estrema destra israeliano, suprematista, confessionale, che fa perno sulla forza, anche armata, dei coloni.
Il ritorno della guerra come strumento per dirimere le controversie internazionali cambia lo scenario. Bisogna avere il coraggio di rivendicare la Pace come opzione politica fermando il riarmo e la deriva guerrafondaia.
