Dopo un agosto durato 90 giorni ed un inverno che non c’è stato, è ormai chiaro come il cambiamento climatico non sia un rischio, ma una certezza già conclamata. Roma, capitale del Paese, tra le città più importanti e conosciute del mondo, ha deciso di rompere gli indugi e provare a recuperare il tempo perso negli ultimi decenni nel contrasto a quel fenomeno disastroso.

L’amministrazione ha deciso, per la prima volta, di costituire una struttura ad hoc, l’Ufficio clima, con il compito di programmare e coordinare le azioni da mettere in campo, ed ha avviato una serie di interventi pluriennali, aggiornando il piano clima e redigendo il piano di adattamento.

Tanti i piani d’intervento, in particolare per quanto riguarda la qualità dell’aria e l’innalzamento delle temperature.

Non sfugge come uno dei piani delle sfide che ci attendono sia quello della ricaduta sociale delle scelte, argomento spesso usato dagli avversari della transizione ecologica per affermarne l’impossibilità in quanto i costi ricadrebbero sui ceti più fragili.

Noi stiamo lavorando in una direzione completamente opposta: la transizione ecologica deve essere un elemento di giustizia sociale.

Pensiamo al tema della forestazione. Entro il 2026 pianteremo quasi mezzo milione di alberi. Una cosa buona in sé, ma che abbiamo voluto impostare sulla base dello studio delle condizioni climatiche incrociate con quelle sociali dei territori.

Così, una parte consistente della prima ondata di nuovi alberi verrà piantata nell’area di Roma Est. Roma Est è tra le parti della città che soffre maggiormente il fenomeno delle isole di calore, quelle aree con temperature che raggiungono picchi più alti rispetto al resto della città, e nelle quali anche di notte la temperatura fatica a scendere sotto determinati livelli. Con risultati devastanti sulla salute delle persone, in particolare quelle più anziane e più fragili. E questo avviene, come detto, a Roma Est, dove i redditi pro capite sono i più bassi di Roma e le condizioni sia materiali sia sociali sono più complicate rispetto ad altre parti della città. Succede perché evidentemente nella seconda metà del secolo scorso, tanti quartieri sono stati realizzati senza alcuna attenzione, tanto, verrebbe da pensare, erano destinati ai poveracci, sigillati dal cemento e senza spazi verdi. Quindi la scelta di iniziare da lì risponde sicuramente ad un’esigenza di tipo ambientale, ma è anche un grande elemento di giustizia sociale, perché va ad alleviare situazioni di disagio che si producono direttamente in quei territori.

Un altro esempio è quello delle comunità energetiche, che uniscono ai temi della giustizia ambientale e sociale anche quello della coesione e della responsabilità individuale. Roma è partita già dal 2022 con una delibera che ha istituito un coordinamento tra tutti i soggetti coinvolti e soprattutto ha messo a disposizione i tetti delle scuole per progetti di comunità energetiche. Quindi insieme ai Municipi sono state individuate 15 scuole, ed a breve partirà il bando per l’assegnazione dei tetti. Le comunità energetiche sono una delle frontiere del presente e del futuro per contribuire a superare la dipendenza dalle fonti fossili attraverso comportamenti individuali virtuosi e la costruzione di rapporti comunitari. Oltre a questo, ciò che il Comune incasserà da questo primo bando sarà utilizzato per progetti sociali, ma soprattutto le comunità energetiche potranno essere anche una risposta per tante famiglie che si trovano in condizioni di povertà energetica.

Sono solo due esempi di un quadro più grande con obiettivi enormi, su ciascuno dei quali faremo un approfondimento ad hoc. Oggi però era importante sottolineare quanto la transizione ecologica ed il contrasto al cambiamento climatico possono diventare strumenti di giustizia sociale.

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