
All’inizio di gennaio ci ha lasciato Pietro Patacconi, militante storico del Partito Comunista Italiano.
Nel libro “Patacconi racconta. L’amore per la terra contadini marchigiani a Roma” qualche anno fa ha deciso di raccontare la sua storia, le sue lotte, la sua militanza. In un capitolo del libro ci racconta che un giorno, dopo un percorso lungo e faticoso per riuscire ad ottenere una scuola per la zona, invitò il Professor Tullio De Mauro (futuro ministro dell’istruzione) a parlare con gli insegnanti della scuola Padre Romualdo Formato di via Ardeatina, per spiegare loro l’importanza del ruolo che ricoprivano davanti a ragazzi che provenienti da diverse parti d’Italia faticavano a parlare l’italiano.
Al termine dell’incontro qualcuno chiese a Pietro se fosse matto e lui rispose: “non sono matto, sono un Coreano!”. Cosa significa essere un “coreano” possono capirlo pochissime persone che abitano l’estrema periferia sud di Roma.
Erano gli anni ‘50, gli anni della guerra in Corea, quando Pietro insieme alla sua famiglia e ad altre famiglie di contadini si trasferì dalle Marche a Roma, al Divino Amore, in una zona completamente abbandonata, frequentata solo dai pellegrini. Ai pochissimi residenti presenti, che videro sbarcare da un autobus quei contadini, venne spontaneo dire “Hai visto? Sono arrivati i coreani” e così quella zona prese il nome di Corea. Pietro nelle Marche era già stato un giovanissimo sindacalista, guidava le lotte dei contadini a sostegno di una riforma agraria e per questo fu tacciato come comunista, nell’epoca della scomunica di Papa Pacelli ai comunisti.

Arrivato a Roma intraprese tutte le battaglie difficili e necessarie per migliorare le condizioni di vita della comunità che si era appena insediata, a partire dai bisogni primari: la strada, le fogne, la linea telefonica, l’autobus, la scuola. Sempre guidato da un principio che ha seguito e ci ha trasmesso per tutta la vita: le battaglie giuste si combattono insieme per l’interesse collettivo, mai per il raggiungimento di un interesse personale. Pietro Patacconi fu un rappresentante per il PCI di tutte le questioni che riguardavano la periferia romana del dopo guerra, un rappresentante di un partito in cui i lavoratori si ritrovavano per individuare soluzioni ai problemi della vita quotidiana.
Quando negli anni ‘60 iniziò a lavorare per la nettezza urbana, divenne anche lì un riferimento sia per il sindacato che per il partito, che dopo l’elezione a Sindaco di Luigi Petroselli, gli chiese di entrare nella segreteria dell’assessore ai rifiuti e come lui stesso ricordava: “Quando il Partito chiamava si doveva dire si, e dissi si!”. Il Partito lo ha chiamato diverse volte ed è sempre stato disponibile, fino a ricoprire negli ultimi anni del percorso politico l’incarico di consigliere municipale, del quale diceva: “esperienza interessante, toccavi le cose.”
La battaglia più importante, quella per la quale si commuoveva quando ne parlava, è stata la lotta per la nascita della Cooperativa Agricoltura Nuova: occupare le terre per sottrarle alla speculazione edilizia e realizzare una cooperativa sociale agricola per dare lavoro a giovani e disoccupati in un modello di agricoltura biologica innovativa ancora oggi.
La politica per Pietro è sempre stata scegliere di mettere a disposizione la propria vita a servizio del bene pubblico per ideali di giustizia sociale. La sua storia, la sua energia, il suo coraggio, la sua capacità di analizzare politicamente la realtà locale e mondiale, sono un esempio di vita per tutti noi.
Pietro Patacconi ci ha insegnato il valore della parola “compagno” e ci mancherà, tanto
