Simonetta Cesaroni, una ragazza di venti anni residente al quartiere Don Bosco, figlia secondogenita di un tranviere e di una casalinga, venne assassinata brutalmente in un appartamento sito al terzo piano di una bella palazzina a due passi da piazza Mazzini, adibito ad ufficio. Era il 7 agosto del 1990. Ad oggi l’autore dell’omicidio è ancora sconosciuto.

da Corriere.it

Dopo il lungo silenzio seguito all’assoluzione definitiva (sentenza della Cassazione del 26 febbraio 2014) di Raniero Busco, all’epoca del delitto era il “ragazzo” di Simonetta, a partire dal 2021 è iniziato un percorso che ha portato nel 2022 alla riapertura delle indagini. Numerosi esposti presentati da Paola Cesaroni, sorella della vittima, hanno convinto la Procura di Roma a tornare nuovamente su quello che viene considerato il singolo cold case più complicato e oscuro del secolo scorso. Gli inquirenti hanno verificato le nuove piste e, al contempo, avviato una rilettura dei voluminosi faldoni che costituiscono la storia investigativa dell’omicidio. Alle indicazioni contenute negli esposti della sorella si è anche aggiunta una indagine autonoma dei Carabinieri della Procura di Roma secondo la quale il figlio maggiore del portiere Pietrino Vanacore, sarebbe coinvolto nel delitto. In verità quanto asserito dai Carabinieri è congetturale, oltre che inverificabile. Tutti i reperti biologici raccolti sulla scena del crimine (due tracce ematiche su una porta, traccia ematica su un telefono, traccia ematica nelle cantine della scala B, traccia ematica sul vetro del vano ascensore) sono stati consumati. Insomma, data la scarsa attendibilità delle perizie effettuate subito dopo il delitto, in una epoca nella quale la scienza genetica muoveva i primi passi, non c’è più nulla da confrontare. Anche per questo la Pm Gianfederica Dito, incaricata di seguire la nuova indagine contro ignoti, il 13 novembre del 2023, ha chiesto l’archiviazione del fascicolo aperto nel 2022. Nell’attesa che il GIP si pronunci sulla richiesta della Procura, due nuovi esposti di Paola Cesaroni hanno riacceso l’attenzione degli inquirenti e, al fine di verificare quanto la sorella della vittima, difesa dall’avvocata Federica Mondani, chiede di appurare, un nuovo fascicolo contro ignoti è stato riaperto. Insomma, nonostante la richiesta di archiviazione, le indagini continuano. Nel frattempo il criminologo Franco Posa, consulente della famiglia Cesaroni, ha chiarito un altro pezzo della “vulgata” che purtroppo ancora avvolge questo cold case, dimostrando che il “tagliacarte” sequestrato nell’appartamento la mattina dell’8 agosto 1990, non è, anzi non può essere, l’arma con la quale Simonetta è stata trafitta ventinove volte. Ma non è finita! Una perizia “dimenticata”, fatta da Lago e Garofano nel 1999, proprio sul sangue rinvenuto sul lato interno della porta della stanza dove Simonetta venne uccisa (la traccia ematica venne definita all’epoca come di gruppo A maschile), potrebbe tornare d’attualità. Quella perizia, l’unica ad essere stata eseguita, a quell’altezza di tempo, con una moderna metodica di determinazione del DNA, individuò un profilo ignoto. È un profilo incompleto, ma utile ad escludere. La cosa davvero strana è che ad oggi nessun confronto è stato fatto.

Dal 2021 ho lavorato con Paola Cesaroni e con Federica Mondani sulle carte delle indagini condotte dalla Procura. Insieme abbiamo riletto centinaia di atti. Insieme a Federica e a Paola sono andato in audizione presso la Commissione Bicamerale Antimafia e sono stato ascoltato in Procura numerose volte.

Il tentativo di ottenere giustizia ha visto l’impegno anche di altri protagonisti. Il deputato Roberto Morassut ha presentato nel 2021 e poi ripresentato nella nuova legislatura, nella Commissione Giustizia della Camera, la proposta di una Commissione Parlamentare di inchiesta finalizzata a determinare la verità storica su questo delitto divenuto il simbolo di tutti i femminicidi. Ad oggi la proposta di Morassut non è stata incardinata e probabilmente resterà solo una “buona intenzione”.

Il consigliere dell’assemblea capitolina, Antonio Stampete. si è battuto affinché il Comune di Roma dedicasse un luogo a Simonetta e dal 5 novembre 2022 (giorno del compleanno della ragazza) un giardino della capitale porta il suo nome. Sulla targa c’è scritto: “Giardino Simonetta Cesaroni. Vittima di femminicidio”.

Infine, migliaia di persone, attraverso i social, esprimono ogni giorno solidarietà alla famiglia e chiedono che venga fatta giustizia.

Di donne giovani o meno giovani, mogli, ex mogli, compagne, fidanzate, ex fidanzate, madri, single, ne vengono uccise tante a Roma, come in Italia. Ogni morte cela un dramma a sé stante. Tuttavia, ogni femminicidio è la conseguenza, ultima e letale, di un fenomeno assai diffuso: la violenza maschile di genere. Un fenomeno di dimensioni indefinite e indefinibili perché consumato nell’ambito chiuso della coppia. Il racconto pubblico della violenza subita, o la denuncia, è solo la punta dell’iceberg. La massa più consistente delle violenze resta celata. Accade per paura, per vergogna, per quieto vivere, per l’incapacità di cogliere nel modo di agire del partner il sintomo di una malattia cronica, dalle conseguenze nefaste.

La violenza maschile, quantunque ogni vicenda abbia caratteristiche sue proprie, legate alla storia individuale dei soggetti coinvolti, ha una caratteristica comune: l’incapacità di elaborare la fine della relazione, e dunque l’abbandono. C’è alla base di tali comportamenti una aberrazione culturale, ovvero la convinzione, assurda, addirittura parossistica, di poter vantare nei confronti della femmina “prescelta” una sorta di diritto di proprietà inalienabile. Al magma culturale del dominio maschile sulla femmina, ribollente di convinzioni ataviche e luoghi comuni, di ignoranza e arroganza, di sollecitazioni amplificate in tutti i meandri della socialità, appartengono anche i predatori silenti. Si tratta di soggetti intrappolati in una banale normalità, assai diversi dagli assassini seriali, in grado di scorrere nel fiume dei giorni senza sussulti, persi in un’esistenza rutinaria. Alcuni di loro, ce ne sono in giro più di quanti si immagini, covano avversione per il genere femminile, considerandolo un simbolo da colpire. Spesso restano letargici per gran parte della vita, oppure compensano gli istinti repressi e le frustrazioni in aree di compensazione ben separate dalla loro quotidianità. Quando la pulsione li travolge sono capaci di reazioni devastanti. Entrambe le tipologie, ovvero il maschio violento e il predatore letargico, hanno attraversato la storia giudiziaria del delitto di via Poma.

Per dimostrare una presunta personalità violenta di Raniero Busco vennero riesumate alcune litigate famigliari nel corso delle quali erano volate tra fratelli parole grosse. Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile di via Poma, primo ed anche unico indiziato a finire in carcere, fermato tre giorni dopo il crimine, venne incolpato di essersi macchiato dell’orrendo omicidio a seguito di un fatale impulso risvegliato dalla vista della ragazza.

Anche l’ombra del seriale si è stagliata sulle indagini. Il Pm Roberto Cavallone pensando forse alle similitudini con l’omicidio irrisolto di Simonetta Ferrero (24 luglio 1971), fece inserire un seminarista, sospettato ai tempi del delitto della Cattolica, nella lista dei trentuno soggetti il cui il DNA venne confrontato con quello rinvenuto dal RIS di Parma sul reggiseno e sul corpetto di Simonetta. Il seminarista, divenuto nel frattempo sacerdote e quindi docente di filosofia presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, già scagionato per la morte della Ferrero, risultò estraneo anche al delitto Cesaroni.

“Alcuni casi hanno una presa maggiore di altri”, disse Carlo Lucarelli presentando proprio La ragazza con l’ombrellino rosa, il mio primo libro sul delitto di via Poma. “A Roma ad agosto una giovane e bella ragazza viene uccisa in modo atroce. Un delitto qualsiasi, per quanto efferato, diventa il giallo dell’estate. Poi, nei mesi a seguire l’attenzione collettiva non scema, anzi cresce. Passano gli anni, ma si continua a parlare e a scrivere del delitto di via Poma. Perché la morte di Simonetta si è fissata in modo indelebile nell’immaginario collettivo? Aprendo i giornali del giorno dopo gli italiani trovano la foto di una bella ragazza in costume da bagno su una spiaggia, una normalissima foto estiva, non una foto morbosa. È esattamente ciò che si vede d’estate sfogliando un quotidiano, o una rivista. Non è però una foto qualsiasi, perché quella bella ragazza è morta, anzi è stata brutalmente ammazzata. C’è un effetto estraniante. La notizia del delitto svanisce l’incanto della foto e lascia il posto all’orrore”.

Poi c’è Roma. Roma d’estate e le sue strade deserte. Chiunque può immaginare i fondali in cui la ragazza ha mosso i suoi ultimi passi per recarsi nella bella palazzina in Prati.

A Roma d’estate, le strade deserte, e la ragazza di periferia che va a morire nel quartiere dei ricchi.

Il delitto di via Poma ha anche attraversato tutti i generi letterari del giallo. Dal delitto della stanza chiusa, alla pista dei servizi segreti deviati. Dal genere “indagini scientifiche” reso noto da serie televisive come CSI a quello, largamente esplorato dai più noti scrittori di Noir, delle chat (la povera Simonetta che nemmeno sapeva cosa fosse il Videotel venne tacciata da un criminologo di essere una accanita chattatrice). Infine, la riapertura delle indagini lo ha trasformato in cold case, altro genere letterario molto diffuso.

La “vulgata” del delitto nasce anche da queste suggestioni. Nei commenti e tra le righe emergono stereotipi che segneranno per sempre il modo di raccontare questa brutta storia. La città spopolata, il cortile deserto, l’ufficio vuoto, il Videotel e il caldo insopportabile diventano i leitmotiv che risuoneranno ossessivamente in ogni ricostruzione. E gli stereotipi hanno talmente presa da diventare motivazioni plausibili: in agosto la città si svuota, la gente per bene se ne va in vacanza, e gli spazi della città diventano terra di nessuno attraversata da disperati e balordi. La canicola estiva, l’aria umida e irrespirabile, la solitudine urbana e persino il Videotel, sembrano divenire allora le condizioni scatenanti di raptus altrimenti inspiegabili, di istinti bestiali e gesti insensati.

C’è molto di più nelle sensazioni collettive evocate dall’omicidio di Simonetta Cesaroni: una sorta di gelida meraviglia per un delitto che avrebbe potuto coinvolgere chiunque; un vago senso di pietà per la bellezza tante volte trafitta e sfigurata; una paura profonda e totalmente irrazionale per le misteriose motivazioni che hanno spinto ad ucciderla. E forse non è nemmeno tutto qui, perché il deserto vero, nascosto, illuminato a tratti dai pochi elementi certi, rimanda a una dimensione interiore, a uno spazio non misurabile intriso di angosciose patologie, a un desolato territorio percorso dai demoni dell’animo umano.

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