
Roma, fine estate 1993. È il 16 settembre quando un gruppo di ragazzini, spingendosi tra la vegetazione di una fungaia all’incrocio tra via Collatina e viale Palmiro Togliatti, s’imbatte in un piede umano. La notizia richiama immediatamente l’attenzione dei cronisti. Quel piede — il destro — appare scarnificato, segnato profondamente dall’esposizione agli elementi: è chiaro che si trova lì da settimane. I primi rilievi stabiliscono che apparteneva a una donna dalla corporatura minuta, che in vita calzava un 36, al massimo un 37.
Il moncone, troncato circa dieci centimetri sopra il malleolo, pone agli esperti dell’Istituto di Medicina Legale un interrogativo cruciale: come è stato separato dal corpo? È il risultato di un taglio netto o di uno strappo violento? Inizialmente si ipotizza un errore burocratico-sanitario — un resto anatomico smarrito durante il trasporto verso un impianto di smaltimento rifiuti speciali. Il verdetto del medico legale non scioglie i dubbi. Il punto di distacco è troppo alterato da agenti esterni per confermare l’uso di uno strumento chirurgico. L’unico dato certo è il tempo: l’amputazione risale a circa due mesi prima. Tra il 22 e il 23 settembre accade qualcosa di nuovo. In un cantiere edile di via Camillo Prampolini, un operaio nota un cranio privo della mandibola. È la svolta. La Squadra Mobile, sotto la direzione di Rodolfo Ronconi, sigilla l’area e la setaccia. Dal terriccio affiorano, uno dopo l’altro, i resti di un’esistenza spezzata. Una mandibola, un femore e una tibia; due costole e frammenti del bacino, ma anche brandelli di un body rosa ancora aderenti alle ossa. Poco distante, il paesaggio restituisce gli oggetti personali della vittima: una giacca arancione, un paio di jeans, un top beige e un orologio di plastica con le fasi lunari. Infine, intrappolata tra i rovi, una borsa bianca a secchiello. Al suo interno: assorbenti, pillole anticoncezionali, due siringhe e una carta d’identità. Il nome sul documento è Giuseppina Morelli, 27 anni, disoccupata. Residenza: via Labruzzi 12, Tor Bella Monaca.
Giuseppina, detta Pina, è la primogenita di Angelo, camionista, e di Angela, casalinga e donna delle pulizie. Vive con loro e con la sorella minore Miriam in uno dei grandi palazzoni della periferia romana che è già sinonimo di abbandono, spaccio, marginalità. Dietro casa ci sono sterpaglie, rifiuti, siringhe. In quel pezzo di città si ruba di tutto: persino i citofoni per estrar4ne il rame e le grate dei cortili per il ferro. La vita di Pina, all’inizio, non è diversa da quella di tante altre ragazze cresciute in famiglie modeste. Va a scuola, fa i compiti, se la cava bene in italiano. I familiari la ricordano vivace, con i capelli lunghi un po’ mossi, gli occhi neri, un bel viso. “Una bambina d’oro”, dicono. Una ragazza gentile, buona, che aveva ancora paura del buio.
Poi qualcosa cambia. Dopo le medie, Pina prende un diploma di stenodattilografa e cerca lavoro come segretaria. Trova – non senza difficoltà – un impiego da commessa in una boutique di Largo Preneste. Incontra Marco, un ragazzo affascinante, sveglio, ma con un problema che finirà per inghiottire entrambi: l’eroina. Marco si buca e spaccia. Pina gli si avvicina per amore, per ingenuità, per sentirsi amata e, a furia di stargli accanto, ci cade dentro anche lei. Da lì a prostituirsi il passo è breve. Se hai bisogno di denaro immediato per comprarti una dose, la strada offre una sola soluzione.
Pina scompare il 25 luglio 1993 e, quasi certamente, muore nelle ore successive. Quando i genitori non la trovano in casa, pensano subito a Marco. Telefonano alla sua famiglia. Ma la madre del ragazzo comunica alla mamma di Pina che Marco è a Rebibbia. È stata proprio lei a denunciarlo, esasperata dalla droga, dai delinquenti che girano intorno al figlio, dalla polizia appostata sotto il portone. La pista del delitto passionale cade subito.
L’altra strada battuta dagli inquirenti è quella dell’overdose. Pina potrebbe essersi fatta un’iniezione di eroina tagliata male, ed essere deceduta lì, tra gli sterpi e le erbacce. Poi cani randagi, o forse qualche cinghiale sceso verso in città dalle consolari, ne avrebbero disperso i resti. Ma ci sono due elementi che rendono questa ipotesi poco convincente: i vestiti della vittima sono integri, e le ossa non mostrano segni di morsi. Se gli animali si fossero accaniti sul corpo, è lecito pensare che anche gli indumenti avrebbero dovuto portarne i segni. E invece no.
Resta allora la terza ipotesi: l’omicidio con over killing e depezzamento. Pina potrebbe essere stata uccisa proprio nel luogo in cui adescava i clienti, lungo la Palmiro Togliatti o nei dintorni della Collatina. Colpita con “violenza estrema”, quindi con rabbia esplosiva e volontà di annientamento, poi fatta a pezzi con un coltello, o una mannaia, un’arma da taglio comunque pesante, e infine sparpagliata nei campi per rendere più difficile l’identificazione e cancellare ogni traccia.
I moventi si moltiplicano. C’è quello del debito con gli spacciatori. C’è quello di un cliente disturbato. C’è anche quella del racket dei marciapiedi.
Una testimone racconta che la sera del 24 luglio, poche ore prima della scomparsa, Pina era stata aggredita in via Collatina da alcune donne e da transessuali che le avevano lanciato sassi e colpita con pugni e calci. Un regolamento di conti, forse, legato allo sconfinamento in una zona “assegnata” ad altri. In quelle strade, all’epoca, gli spazi della prostituzione erano rigidamente spartiti: le nigeriane in un tratto, i viados in un altro, le albanesi su altri viali. Le italiane, in teoria, dovevano restare ai margini, limitarsi a qualche marchetta fuori orario. Pina, forse, aveva oltrepassato un confine invisibile?
Un dettaglio ancora più crudo emerge in un reportage dell’Europeo firmato da Claudio Lazzaro, dedicato al mondo della droga e della prostituzione in cui la ragazza era precipitata. La voce raccolta in ambienti investigativi è che Pina offrisse ai suoi clienti qualcosa che altre si rifiutavano di concedere: ovvero sesso senza preservativo, ma anche sesso violento. In quegli anni segnati dall’Aids, il rapporto “scoperto” equivaleva a una roulette russa. Più soldi, forse. Ma anche un rischio enorme.
Gli abiti di Pina – lo abbiamo scritto – risultano intatti. È dunque plausibile che si sia spogliata prima di essere uccisa, o che sia stata costretta a farlo. Addosso, al momento della morte, le sarebbe rimasto solo il body rosa. Forse il suo ultimo rapporto sessuale è avvenuto così, con un cliente che ha preteso una certa prestazione e, a un certo punto, le ha stretto troppo forte le mani intorno al collo, o l’ha colpita altrove, perché aveva deciso deliberatamente di ucciderla.
Quello che lascia perplessi è il depezzamento del corpo. Perché farlo a pezzi? Perché rischiare di tornare sulla scena del crimine, oppure di tornarci più tardi, con il rischio – siamo in piena estate – di essere notato da qualcuno affacciato alla finestra. Insomma, più gli investigatori mettono in fila pro e contro, meno il quadro appare leggibile.
Mentre le piste della strada e della droga si rivelano fragili o inconcludenti, entra in scena un personaggio inatteso: un professore universitario. A parlarne per primi sono i familiari. Madre e padre raccontano che la figlia frequentava da tempo un signore anziano. Lo avevano visto sotto casa, in via Labruzzi, e ai loro occhi era apparso come una persona perbene. Qualcuno che si era affezionato a Pina e che cercava davvero di aiutarla a uscire dalla droga. Negli uffici della Mobile prevale la cautela. Il nome non filtra. Non ci sono accuse precise, non c’è un coinvolgimento formale.
A novembre del 1993 è lui a uscire allo scoperto. Si chiama Alberto C., ha 56 anni ed è docente di elettrochimica alla facoltà di Scienze della Sapienza. È un uomo impegnato nel sociale, sensibile ai temi della tossicodipendenza, con esperienze di collaborazione anche all’estero. Sceglie di raccontare pubblicamente il rapporto avuto con Pina.
Il suo è un racconto-confessione. Non omette nulla, nemmeno gli aspetti più imbarazzanti della vicenda privata. Dice che tutto era cominciato nel 1989, in un pomeriggio di sole, lungo viale Palmiro Togliatti. Pina gli aveva chiesto un passaggio. Lui l’aveva fatta salire in macchina. Durante il tragitto, lei gli aveva raccontato della sua dipendenza. Aveva avuto l’impressione di trovarsi davanti a una ragazza intelligente, ma soprattutto salvabile. “Quella ragazza era un angelo, un essere fragile”, dirà. E aggiungerà di non voler essere scambiato né per un santo né per un buon samaritano: aveva fatto, sostiene, quello che si era sentito di fare.
Da allora, racconta, aveva cercato di aiutarla. La portava all’università per sottrarla all’ambiente dello spaccio e alla strada. Facevano colazione insieme, poi lui saliva a fare lezione e lei lo aspettava in macchina. Le aveva regalato dei libri e soprattutto una Olivetti Lettera 22, invitandola a scrivere, a mettere su carta pensieri, paure, desideri. Pina aveva accolto quel suggerimento e riempiva fogli su fogli. Diceva che ce l’avrebbe fatta. Diceva che avrebbe salvato anche il suo Marco da quella disgrazia. Il professore la descrive come una ragazza incredibilmente sensibile, capace di far sperare nel meglio, ma ogni volta risucchiata dall’ambiente della droga.
Capalbi ammette che tra loro vi furono rapporti sessuali. Non nega. Dice che accadde “con naturalezza”, non come una forma di scambio, né di compenso per l’aiuto ricevuto. Ma confessa pure che ci furono conseguenze dolorose in famiglia. La moglie scoprì tutto trovando la ricevuta di un albergo. Una delle figlie smise di parlargli. La situazione, dice, “si ingarbugliò”. Eppure, insiste, i genitori di Pina erano persone perbene e non smisero mai di ringraziarlo perché, quando la riportava a casa entro le nove di sera, per loro quella era già una piccola vittoria.
Colloca l’ultimo incontro con Pina intorno al 19 luglio 1993. In quel periodo, sostiene, lei aveva ripreso a bucarsi pesantemente e ogni tentativo di aiutarla sembrava vano. Il 2 agosto, aggiunge, era stato contattato dalla madre della ragazza, che lo informava della scomparsa. Su un punto il professore non ha dubbi: Pina è stata uccisa. Non crede all’overdose. Il fatto stesso che si fosse spogliata, a suo avviso, prova che era con qualcuno. Ma oltre questo non si spinge. Dice di non essere un investigatore. Di non essere riuscito a salvarla dalla droga e di non essere neppure in grado di capire esattamente come sia morta. Resta solo una convinzione amara: dietro quel caso si intravede un mondo di violenza assoluta, quello del traffico di eroina e dello sfruttamento.
Alla fine, le indagini non portano a nulla. I sospetti sul professore non trovano riscontri. La sua collaborazione e il modo in cui ricostruisce tempi e natura del rapporto con Pina contribuiscono anzi a diradare ogni ombra. Non portano a risultati nemmeno gli accertamenti sulle altre piste: la vendetta legata alla prostituzione di strada, il raptus di un cliente, il regolamento di conti nel mondo della droga, l’odio di altre prostitute che si contendevano la zona. Tutto si ferma. Il fascicolo si chiude. L’inchiesta viene archiviata per mancanza di indizi o spunti investigativi rilevanti.
È qui che il delitto di Pina Morelli – lo scrive Fabrizio Peronaci, del Corriere della sera, uno dei pochi cronisti che continua a scrivere di lei – smette di essere solo una storia criminale e diventa anche il racconto di un destino feroce. Non arrivano lettere anonime. Non arrivano telefonate utili. Non si fanno avanti testimoni decisivi. Anche i confidenti, che in questi ambienti non mancano mai, restano in silenzio.
È difficile credere che nessuno sapesse nulla. Più plausibile immaginare che abbia preferito non parlare. Per paura, per convenienza, o chissà per quale altra motivazione. D’altra parte, Pina era una tossicodipendente, una prostituta, cresciuta in una borgata abbandonata al degrado e, quindi, apparteneva alla categoria dei casi che interessano meno. Quelli che non scaldano l’opinione pubblica. Quelli che finiscono dimenticati.
Un funzionario della Squadra Mobile, Alberto Intini, lo disse con una formula brutale e lucidissima: esistono delitti di serie A e delitti di serie B. Quello di Pina Morelli, evidentemente, fu trattato come un delitto di serie B.
Oggi resta poco. Resta l’appartamento all’ultimo piano del palazzone di via Labruzzi, oggi abitato dalla sorella. I genitori non ci sono più. Miriam è rimasta sola. Giuseppina Morelli aveva ventisette anni. Aveva provato a vivere la sua esistenza. Era finita nella droga, nella prostituzione, nella parte più crudele e disumana della città. Poi era scomparsa. E quando è stata ritrovata, era già stata ridotta a niente. Povere ossa disperse in un pratone ai confini della città. Il resto lo hanno fatto il tempo e il silenzio.
