Ad agosto del 2025 saranno trascorsi trentacinque anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni. Il cold case di Via Poma è stato uno dei delitti che più hanno coinvolto l’opinione pubblica italiana suscitando commozione ma anche sconcerto. 

La storia è nota.

È il 7 agosto del 1990. Siamo all’interno di un comprensorio composto da tre fabbricati, comprendenti sei palazzine di sei piani. Le costruzioni si sviluppano attorno a tre cortili e sono suddivise in otto scale. Simonetta, una ragazza di vent’anni viene uccisa nell’ufficio del comitato regionale degli ostelli che ha sede al terzo piano della scala B, interno 7. Da un paio di mesi la vittima andava a lavorarci due volte la settimana, il martedì e il giovedì. Le indagini si rivelano fin da subito costellate da una serie di episodi che definire inverosimili è eufemistico. 

Ne ricordo alcuni: 

1. durante il sopralluogo una poliziotta disegna su un foglio una “margherita” e vi aggiunge la scritta CE DEAD OK, inquinando la scena del crimine, anche perché rivelerà solo dopo molti anni di esserne stata l’autrice; 

2. nel momento del sopralluogo, non vengono repertate le gocciolature presenti attorno al corpo della vittima e nemmeno un pelo ben visibile sul polso; 

3. un ispettore della Mobile, la notte del delitto, usa il foglio di una prescrizione medica rinvenuta nella borsetta della vittima per appuntare i numeri di telefono di un impiegato degli ostelli (ma che è stato lui a farlo lo si scoprirà solo dopo anni); 

4. non vengono sequestrati i fogli presenza degli impiegati dell’ufficio, attraverso i quali sarebbe stato agevole capire chi c’era in ufficio il giorno del delitto e nei giorni precedenti; 

5. non vengono acquisiti nell’immediatezza i tabulati telefonici per stabilire il traffico avvenuto nell’ufficio il 7 agosto e i giorni immediatamente precedenti; 

6. prima del dissequestro dell’appartamento, avvenuto solo sei giorni dopo il delitto, qualcuno aveva cambiato la serratura (il 7 agosto c’era una Kassel, al momento del dissequestro c’è una Mottura); 

7. invece di cercare il proprietario di una Peugeot 505, di colore grigio non metallizzata – segnalata in Via Poma in un orario compatibile con la presenza della Cesaroni in ufficio – si cercano i proprietari di Peugeot 505, di color grigio metallizzato; 

8. non vengono escussi nell’immediatezza testimoni che avrebbero potuto fornire informazioni utili. 

L’elenco degli errori investigativi sarebbe più lungo. Mi sono limitato a segnalare solo quelli più evidenti. 

Il 10 agosto 1990 viene fermato Pietrino Vanacore, uno dei due portieri del comprensorio di Via Poma e il 12 agosto il fermo viene tramutato in arresto. Vanacore si era contraddetto più volte durante l’interrogatorio al quale era stato sottoposto. Dopo oltre tre settimane di carcere, il Tribunale della libertà emette una sentenza di rilascio, perché non ci sono prove che sia stato lui ad uccidere la ragazza. La storia giudiziaria del caso è molto complessa e coinvolgerà di nuovo il portiere, il giovane nipote di un architetto e l’ex fidanzato della Cesaroni. Sei sentenze stabiliranno che nessuno di loro ha avuto a che fare con il delitto. 

Dal 26 febbraio 2014, giorno in cui la Cassazione conferma – definitivamente – l’assoluzione dell’ex fidanzato, fino al novembre del 2021, quando la Procura di Roma riprende in mano il caso e riapre un fascicolo contro ignoti, trascorrono otto anni di silenzio mediatico e tutto sembra volgere verso l’oblio. 

La Pm Dito lavora per due anni, ma il 13 novembre 2023 chiede l’archiviazione dell’indagine. La richiesta viene discussa in camera di consiglio, davanti alla GIP Giulia Arcieri, il 19 novembre 2024. Il 19 dicembre la GIP firma un’ordinanza di cinquantacinque pagine nelle quali respinge la richiesta di archiviazione e chiede alla Procura di Roma di continuare le indagini.

Facciamo un passo indietro e torniamo al 1990. Nelle settimane successive all’arresto di Pietrino Vanacore tutti gli sforzi della Procura sono indirizzati a dimostrare la sua colpevolezza. Anche dopo la sentenza del Tribunale della libertà, gli inquirenti continuano ad indagarlo. Solo quando ci si rende conto che non ci sono prove per accusarlo del delitto, l’inchiesta si allargherà ad altri soggetti, salvo poi coinvolgerlo di nuovo come “complice”. Il primo limite dell’indagine è stato quello di aver seguito una pista investigativa sbagliata, attendendo mesi prima di allargare le indagini

Un delitto come quello di Via Poma avrebbe dovuto essere risolto – o almeno si sarebbe dovuta imboccare la strada giusta per farlo – nel giro delle successive quarantotto ore. Purtroppo non è andata così. 

Ma c’è di più. L’enorme ritardo e la superficialità con le quali l’indagine si è finalmente concentrata sul luogo dove il delitto era stato commesso, ha comportato che ad oggi un’analisi rigorosa nei confronti degli impiegati, dei dirigenti e di chi frequentava l’ufficio di Via Poma non è mai stata espletata. E ancora, non sono state condotte indagini rigorose né su chi abitava, o frequentava per lavoro, la scala B di Via Poma, 2, né su chi abitava o frequentava le sei palazzine del comprensorio.

Per non parlare poi del buio sui rapporti di lavoro quotidiani della ragazza. Simonetta – in pratica “prestata” da uno “studio” di commercialisti, la Reli, all’ufficio dove è stata uccisa – lavorava “in nero” per la società di gestioni contabili di Bizzocchi e Volponi la cui sede si trovava in Via Maggi. L’universo lavorativo della Reli è stato appena scandagliato dagli inquirenti e, anche in questo caso, un’indagine rigorosa non è stata condotta. Solo dodici anni dopo i fatti si è accesa qualche attenzione sulle relazioni lavorative della Cesaroni.

Infine anche l’universo delle amicizie della vittima è rimasto nell’ombra. Qualcosa di più su chi frequentava Simonetta lo si è capito solo dopo il 2003 – 2004, quando il Pm Roberto Cavallone ha ascoltato le sue amiche più intime e alcuni ragazzi della sua comitiva.

L’ordinanza della GIP Arcieri del 19 novembre 2024 ha nei fatti riconosciuto che – soprattutto nelle indagini svolte nell’immediatezza – c’è stata l’assenza di una rigorosa logica investigativa nell’analisi del delitto. In pratica la GIP ha indicato un considerevole numero di “testi” da sentire, alcuni dei quali non sono stati mai interrogati. Nel farlo ha spiegato le ragioni per le quali devono essere ascoltati e persino alcune delle domande che dovranno essere fatte.

Il lavoro da fare è piuttosto complesso.

Non si conosce l’identità di coloro che avevano la disponibilità delle chiavi dell’interno dove è stato commesso il delitto. L’informazione è importante, perché – seppure la ragazza aveva ricevuto da un dipendente l’indicazione di “chiudersi dentro”, lasciando la chiave nella toppa, è del tutto inverosimile che avesse l’autorità di negare l’ingresso ad un soggetto munito di un proprio mazzo di chiavi.

Non sono mai state appurate le modalità di restituzione delle chiavi date provvisoriamente a Simonetta. Circostanza quanto mai rilevante dal momento che quello di martedì 7 agosto sarebbe stato il suo ultimo pomeriggio lavorativo a Via Poma.

Non sono state acquisite le generalità dei soggetti che, a qualsiasi titolo, avevano prestato servizio presso il comitato regionale degli ostelli di Via Poma, dal 1986 all’agosto del 1990, benché il succedersi di diversi episodi, mai chiariti e prossimi al delitto, rivelino la presenza di soggetti ad oggi non identificati. 

Non si conosce l’identità del “corriere dei tabulati”, ovvero della persona incaricata di trasferire le stampe delle pratiche contabili oggetto del lavoro di Simonetta, da Via Poma 2 a Via Cavour 44 (dove si trovava la sede nazionale), dal momento che la trasmissione telematica della documentazione era impossibile, poiché il computer non disponeva di un collegamento alla rete internet.

Non tutti i dipendenti delle altre sedi degli ostelli del Lazio (Sede Nazionale, C.I.V.I.S., Foro Italico, De Lollis, Terminillo) sono stati identificati e quindi sentiti dall’autorità giudiziaria. 

Non si sa se Simonetta, che il giorno 8 agosto, ovvero il giorno dopo il suo omicidio, sarebbe dovuta tornare nel quartiere Delle Vittorie a consegnare documenti contabili ad un cliente della Reli ivi residente, avesse anticipato tale incontro al 7 agosto.

E questo è solo l’inizio, perché i testimoni mai ascoltati sono tantissimi. Alcuni, tra l’altro sono nel frattempo deceduti.

Ma l’aspetto più importante dell’ordinanza della GIP Arcieri riguarda la prova scientifica. In pratica il giudice chiede di riesaminare “tutte le consulenze e perizie già svolte, anche alla luce delle più moderne conoscenze scientifiche e anche rispetto alla ipotesi delle possibili commistioni di sangue diverso.” Inoltre chiede di “verificare se possano essere utili ulteriori accertamenti di tipo genetico sugli indumenti della vittima, anche per il raffronto con i dati ematici dei trentuno soggetti già analizzati, o con nuovi prelievi degli stessi o di altri soggetti.” In pratica c’è la possibilità di svolgere una “superperizia” basandosi sulle conoscenze scientifiche più avanzate. 

Spero – come auspica la Arcieri – che venga fatto tutto quanto è possibile, che nessuna strada venga lasciata inesplorata.

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