
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. È così che si apre la nostra Costituzione. E poi continua sostenendo, all’articolo 4, che il lavoro è un diritto e che la Repubblica “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. E se poi andiamo avanti, arriviamo all’articolo 36 che ci dice che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Purtroppo, sappiamo che questi princìpi costituzionali sono in larga parte disattesi nel mondo del lavoro di oggi che è sempre più fondato sullo sfruttamento e sul precariato, che esclude donne e giovani e non reinserisce chi perde il proprio impiego.
Di questa condizione ci parlano i tanti studi pubblicati ma soprattutto ce lo dicono le vite e le storie di tante persone che quotidianamente vivono sulla propria pelle l’ingiustizia di questo mondo del lavoro.
Gli stipendi in Italia sono fermi da oltre 30 anni e l’unica cosa che cresce è il numero di chi, pur lavorando, è povero perché la sua paga non gli consente di vivere dignitosamente. Senza contare che di lavoro, invece che vivere, spesso si muore o si rimane invalidi.
Bisogna francamente ammettere che, purtroppo, sul tema del lavoro, la sinistra ha spesso fatto quello che non avrebbe dovuto fare, ammaliata dall’idea che dovesse essere il mondo del lavoro ad adattarsi al mercato, rinunciando quindi al primato della politica sull’economia. Da qui i tanti, troppi provvedimenti che sono stati approvati durante i nostri governi, misure spesso mosse dalla buona fede, dall’idea che un mercato del lavoro più flessibile sarebbe stato l’antidoto alla disoccupazione.
A distanza di anni, dobbiamo tirare le fila e prendere coscienza del fatto che questa spinta verso un mercato del lavoro più dinamico non ha dato i risultati sperati e che ha invece accelerato la tendenza all’impoverimento delle persone e ad uno stato di incertezza generalizzato. Sempre più persone sono sempre più povere, la classe media si è impoverita e questo succede anche perché, purtroppo, il lavoro non è più garanzia di indipendenza e crescita per milioni di persone che non riescono a garantire a se stesse e alle proprie famiglie una condizione di vita dignitosa. Nel frattempo, come sempre accade, se i poveri sono sempre più poveri, i ricchi sono sempre più ricchi. È un dato di fatto: il numero dei miliardari è aumentato e questi super ricchi sono sempre più ricchi.
La realtà ci dice che non c’è più nessun motivo per continuare a difendere politiche e misure che hanno portato a questi risultati. È invece necessario avere il coraggio, come forze politiche, di invertire la rotta e ammettere di aver commesso degli errori.
Questa crescita delle disuguaglianze è inaccettabile e una sinistra che vuole essere tale, deve invece contrastarle, partendo proprio dalla messa in discussione dell’attuale mercato del lavoro, iniziando dal Jobs Act.
Bisogna fermare i licenziamenti illegittimi, garantire maggiori tutele a lavoratrici e lavoratori delle imprese più piccole, ridurre i lavoro precario e aumentare quello stabile, garantire maggiore sicurezza sul lavoro e far sì che passino da 10 a 5 gli anni necessari per ottenere la cittadinanza italiana.
I quesiti referendari posti dalla CGIL vanno nella direzione giusta ed è per questo che ho deciso di sostenerli.
