Le vittime innocenti delle foibe, prima uccise e poi strumentalizzate

Il 10 febbraio è stato celebrato per la ventesima volta il Giorno del Ricordo, una commemorazione istituita nel 2004 sotto il Governo Berlusconi, su proposta di Roberto Menia e Ignazio La Russa, entrambi di Alleanza Nazionale, entrambi provenienti dal Movimento Sociale Italiano. Non era la prima volta che una proposta del genere arrivava in Parlamento, avevano già iniziato intorno alla metà degli anni ’90. Stavolta però, la proposta dei due politici neo/postfascisti viene approvata, quasi all’unanimità. Questa convergenza bipartisan fu possibile perché molti a sinistra, in quegli anni, iniziarono a tendere una mano alla parte più estrema dell’altro lato dell’emiciclo, proponendo, non si sa perché, la ricerca di una “riappacificazione” tra chi aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale dalla parte degli Alleati e chi invece l’aveva persa dalla parte dei nazisti. Impossibile dimenticare che proprio da sinistra, i repubblichini al servizio dei nazisti, vennero anche appellati “i ragazzi di Salò” come se non fossero stati feroci bande di violenti e sadici criminali ma un gruppo di simpatici guasconi. Alcuni esponenti di sinistra, durante il dibattito su questa proposta che si tenne in Parlamento, espressero perplessità riguardo alle eventuali implicazioni che questa legge avrebbe potuto avere, come ad esempio il rischio di una riscrittura della storia in cui le colpe del fascismo e dei fascisti si sarebbero pian piano diluite, sdoganando così la presenza di quelle idee sia nel dibattito pubblico, sia nella politica, sia nel senso comune. A distanza di vent’anni, possiamo certamente dire che queste perplessità erano assai fondate.
Dato il contesto, è facile capire perché, fin da subito, questa commemorazione sia apparsa problematica e molto meno unitaria e riappacificante di quanto avessero millantato i proponenti. Un esempio su tutti riguarda il modo in cui questa giornata fu letteralmente festeggiata da movimenti dichiaratamente neofascisti come Casapound che, in quella occasione, fecero sfoggio e vanto di quello che era a tutti gli effetti un accreditamento che, dopo sessant’anni dalla fine della guerra, erano riusciti a ottenere dalle più alte istituzioni di quella Repubblica che era nata proprio dalla lotta antifascista. Finalmente anche loro avevano una festa nazionale rappresentativa della loro comunità, da poter opporre politicamente tanto alla Festa della Liberazione del 25 aprile, che ricorda la loro sconfitta, quanto alla Giornata della Memoria, il 27 gennaio, in cui si commerano i milioni di morti dei campi di sterminio, e che ricorda quindi la loro responsabilità diretta in questo abominio.
Così anche la destra, anche quella radicale fascista o fascistoide, poteva iscrivere se stessa tra le vittime della Seconda Guerra Mondiale, provando a cancellare il fatto che invece quel conflitto l’aveva provocato e ponendosi invece accanto a chi vittima di quella tragedia lo era davvero.
È inutile girarci intorno. Le persone innocenti uccise sul confine orientale, furono (e sono tuttora) usate come il paravento dietro al quale si nascondono invece le celebrazioni per gli altri morti, quelli non innocenti e cioè i fascisti, quelli che promossero e presero parte alle politiche che il governo di Mussolini mise in atto in quelle terre che avevano una storia molto particolare, una storia che a quel regime non piaceva affatto. Teatro di questa tragedia sono state infatti quelle zone che per secoli sono state contese dalle potenze circostanti che di volta in volta sono riuscite a prevalere l’una sull’altra. Il risultato di questo continuo cambio di dominazione è stato il costituirsi di un ambiente in cui le diverse culture si sono sovrapposte, unite e amalgamate, pur mantenendo la propria identità e la propria lingua. Tra le varie testimonianze di questo contesto eterogeneo ci sono ad esempio la toponomastica, i nomi e i cognomi delle persone che abitavano lì, le lingue che si parlano appunto.
Questa convivenza, sebbene non sempre pacifica ed esente da tensioni, riusciva ad essere comunque tutto sommato stabile. Le cose però, cambiano drasticamente con l’avvento del Fascismo. Quei territori infatti, erano infettati da una sorta di virus che i nazionalisti che avevano preso il potere con Mussolini, non potevano sopportare: il multiculturalismo. Il nazionalismo, si sa, prevede che una nazione, e quindi una cultura di cui la nazione è la personificazione, debba prevalere sulle altre e il Fascismo prese la questione molto sul serio, arrivando a imporre l’italianizzazione forzata di nomi, cognomi, città e paesi, a vietare in pubblico l’uso di tutte quelle lingue che non fossero l’italiano, a vietare il loro insegnamento nelle scuole. E queste direttive, come tipico del Fascismo, furono imposte con arresti, botte, violenze, omicidi, ai danni di oppositori politici e di normali cittadini.
Le popolazioni che abitavano in quelle aree, considerate di serie B, per vent’anni subirono ogni tipo di angheria e sopruso da parte del governo italiano che era un governo fascista. Discriminazioni, violenze squadriste, torture, omicidi, campi di concentramento, deportazioni, giustizia sommaria, ritorsioni, rappresaglie tra i civili: tutto l’armamentario che i fascisti e i nazisti hanno utilizzato nelle zone che hanno occupato in Europa, in Asia e in Africa, è stato impiegato anche contro le popolazioni jugoslave. Nonostante questo, l’Italia non riuscì a estirpare gli oppositori ed era quindi attivo un movimento di resistenza clandestino, composto soprattutto dai comunisti jugoslavi guidati dal Maresciallo Tito.
Quando la Seconda Guerra Mondiale iniziò a prendere una piega diversa e nazisti e fascisti entrarono in crisi, quei movimenti antifascisti che non si erano rassegnati, passarono dalla resistenza, e quindi dalla difesa, al contrattacco, ricacciando indietro gli italiani, i fascisti che per due decadi li avevano oppressi.
Purtroppo, in questo periodo, l’avanzata della resistenza jugoslava si macchiò anche di crimini terribili, tra cui le foibe. In queste fosse naturali profonde anche centinaia di metri, vennero gettati tanti italiani, sia fascisti, gerarchi e gregari, responsabili di quanto quei popoli avevano subito, sia civili innocenti. La morte, però, non rende uguali le persone che colpisce e non cancella le colpe.
Invece, una delle retoriche più diffuse nei giorni intorno al 10 febbraio, è quella che i partigiani jugoslavi fossero mossi da sentimenti razzisti nei confronti degli italiani e che le persone vennero uccise per la colpa di essere italiani. Ovviamente le cose non stanno così. In maniera colpevole e strumentale, si omette di ricordare che lì in quel periodo in cui l’occupante italiano era un occupante fascista, per le popolazioni oppresse, l’equazione era proprio questa: italiano = fascista. Non sembra quindi un azzardo sostenere che la violenza che si scatenò nei confronti della popolazione civile italiana, quella davvero innocente, che nulla aveva a che fare col Fascismo, fu travolta da un odio cieco che nasceva dal sentimento di rivalsa e di vendetta che proprio la brutalità della dominazione fascista aveva coltivato.
Le vere vittime innocenti, sono vittime due volte: la prima per i massacri subìti dai partigiani jugoslavi, la seconda per propaganda della destra di oggi che usa questa tragedia per provare ad assolvere il regime di Mussolini.
Questa celebrazione rimane ancora problematica perché è troppo forte il sentimento di rivalsa da cui è nata davvero, rispetto al motivo per cui si dice sia stata istituita. E ogni anno ne abbiamo la conferma. Per questo è un Giorno del Ricordo parziale, perché è di una parte politica e racconta una parte della storia, iniziando in medias res, da un punto specifico della vicenda, quello più strumentale alla narrazione di chi vuole riabilitare i fascisti.
Una tragedia di queste dimensioni, deve essere ricordata, commemorata e celebrata, sia quella in cui hanno perso la vita migliaia di innocenti, sia quella che ha colpito le decine di migliaia di esuli giuliani e dalmati che, negli anni successivi, hanno lasciato le proprie case e si sono trasferiti in Italia, spesso senza essere accettati nelle nostre città. Ed è proprio per questo, per rendere giustizia a loro, che bisogna contrastare la retorica che mette insieme le vittime senza colpe e i carnefici degli jugoslavi. Nulla giustifica un orrore come quello delle foibe, un orrore che nasce dall’odio. Ma non rendiamo davvero giustizia alle vittime se non raccontiamo la violenza e i soprusi da cui questo odio è nato, violenza e soprusi portati avanti dal regime fascista italiano.
