
La tempesta, per fortuna, sembra rientrata. La pdl presentata nei giorni scorsi da Manfredi Potenti, senatore della Lega, è già stata ricondotta dal suo partito di appartenenza a un’iniziativa meramente personale. Ma in cosa consisteva tale proposta di legge?
Una multa da mille a cinquemila euro per l’utilizzo della declinazione al femminile dei ruoli professionali e pubblici, come ‘sindaca’, ‘rettrice’, ‘medica’, ‘avvocata’ e altri. Un progetto di legge, si legge, che intende contrastare il «ricorso discrezionale al femminile o sovraesteso o a qualsiasi sperimentazione linguistica». Come se la dedizione e la competenza di chi si riconosce nel genere femminile fosse da derubricare a un puro esperimento o a un vezzo.
Una proposta retrograda e misogina, che prescrive l’uso esclusivo delle forme maschili per specifiche professioni, sottolineando in questo modo che quei ruoli di responsabilità, di fatto, possano essere assegnati in primo luogo agli uomini.
Ma come mai viene profuso un tale impegno per il contrasto alla presenza del femminile all’interno delle istituzioni e dei luoghi di responsabilità?
La soggettività femminile, autocosciente e produttrice di pensiero autonomo, mina e mette in discussione il modello del potere, che da secoli, è stato quasi ed esclusivamente maschile. Attraverso, perciò, un’operazione di questo tipo si propone in modo assolutamente semplicistico il non-riconoscimento del genere femminile, con il chiaro obiettivo non solo di discriminare attraverso il linguaggio, ma soprattutto di cancellarne l’identità, per silenziare ogni tipo di modello alternativo di rappresentazione della realtà politico-sociale a partire da prospettive diverse.
Che il dibattito nasca all’interno del dominio del linguaggio, si comprende facilmente. La lingua non è solo la condizione attraverso cui comunichiamo, ma anche mediante la quale ordiniamo la realtà. Costituire un ordine della lingua significa creare delle gerarchie, delle priorità, regolarità e irregolarità. Significa letteralmente creare un mondo di relazioni in cui si è costantemente immersə. Un mondo ordinato, entro il quale non si ha la sensazione di essere immersə in quanto modello fra tanti modelli, ma come mondo-dato, imprescindibile e immutabile.
Questo anche il motivo per il quale, fortunatamente sempre più spesso, la politica si interroga su quella che è stata definita la funzione metalinguistica del linguaggio, una riflessione cioè sul linguaggio e sulle sue implicazioni a partire dalla possibilità che il linguaggio ha di parlare di se stesso.
Ma perché tutta questa attenzione alla lingua e ai suoi usi?
Il motivo è duplice.
Il primo parrebbe essere che il modello proposto dalla politica non risponde più all’attuale realtà politico-sociale e la lingua evidenzia questa discrasia. Ci sono cioè tante persone escluse dalla politica che pretendono riconoscimento. Sta a noi non limitare questo riconoscimento in termini puramente formali, ‘accorgendoci’ di queste persone, ma producendo invece un’azione politica che risponda ai loro reali bisogni.
Il secondo motivo è che «il vecchio mondo» (ops, ‘modello’) sta cambiando. La destra più tradizionalista e conservatrice se n’è accorta. Non è un caso, infatti, che la pdl proposta dal senatore Potenti sia titolata “Disposizioni per la tutela della lingua italiana, rispetto alle differenze di genere”. Un atteggiamento difensivo, neanche la lingua fosse una specie in via d’estinzione o un’area protetta da preservare, che tradisce un’apprensione nei riguardi del genere femminile, delle donne e di tutte quelle persone che si identificano in quel genere, in quanto portatrici di mutamento.
Il tema allora del linguaggio-politica riguarda biunivocamente il riconoscimento e la partecipazione.
Solo costruendo le possibilità di partecipazione alla politica, attiva e passiva, delle persone entro un orizzonte di rispetto delle differenze, si potranno spazzare via proposte politiche di questo genere.
