
Elisabetta era bella.
Una bellezza particolare, non convenzionale, quasi arcaica. Originaria di Cagliari, dal 1980 viveva a Roma.
Intorno alle ore 20.00 di venerdì 27 giugno 1986 la rinvengono distesa sul pavimento del suo appartamento di Via dei Prefetti con il petto trafitto da svariate coltellate. L’avevano vista viva per l’ultima volta nella mattinata di lunedì 23 giugno. Quel venerdì 27 giugno due inquiline dello stabile di Via dei Prefetti, insospettite da un forte odore proveniente dall’appartamento, hanno chiamato i vigili del fuoco, anche perché quell’esalazione sembra una fuga di gas. Ma non si tratta di gas, sono i miasmi della putrefazione.
L’appartamento dove vive la ragazza, al quarto piano di Via dei Prefetti 46, è composto da un salotto, una camera da letto, cucina e bagno. I primi agenti della sezione omicidi giunti sul posto la trovano bocconi, vicino ad un divano, vestita. A pochi metri dal corpo c’è un coltello da cucina e in un cassetto di un mobile, lasciato aperto, un altro coltello, un serramanico. Giovanni Arcudi, il medico legale, rileva anche un profondo segno scuro, un’ecchimosi, sulla parte anteriore del collo e sotto l’epidermide il frammento di una catenina d’oro. L’assassino, prima di attingerla, aveva forse tentato di strangolarla con la sua stessa catenina? Difficile dirlo sul momento date le condizioni del corpo. Arcudi rimanda la ricostruzione della dinamica del delitto all’effettuazione dell’autopsia. Sopra un mobiletto del salotto gli agenti rinvengono alcune siringhe ipodermiche.
Intorno alle 23.00 il corpo della ragazza viene trasferito all’obitorio, a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Chi era Elisabetta Di Leonardo?
Nata nel quartiere La Palma di Cagliari il 5 marzo 1958, da un dipendente delle saline di Stato e da una casalinga, si era diplomata al liceo Pacinotti, un edificio di tre piani situato lungo un anonimo viale urbano. Le compagne di scuola, interpellate da qualche cronista il giorno dei funerali, davanti la chiesa di Nostra Signora di Bonaria, la descriveranno timida, poco socievole, piena di problemi.
A Cagliari Betty non si sente felice, lo scrive nel diario. Consapevole della sua bellezza, là si sente sprecata. Sì, perché Betty – così la chiamano i suoi pochi amici – vuole fare l’attrice, o la fotomodella, e sogna di trasferirsi a Roma. E così farà! Quando lascia la Sardegna nel 1980 ha pochi soldi in tasca e molti sogni nella testa.
Nella Capitale Betty non passa inosservata, tutt’altro. Di promesse ne riceve tante e si ritrova a frequentare il mondo della Roma che conta. Lavora come modella, viene ingaggiata per qualche fotoromanzo e riesce persino a fare tre o quattro apparizioni a Cinecittà, come comparsa. Nei primi due anni convive con un uomo che l’aiuta ad inserirsi nell’ambiente, ma i risultati sono modesti. Il tempo passa ma Betty continua a sperare. Si chiede se riuscirà a realizzare i suoi sogni, ad andare oltre le comparsate, però non demorde, continua a chiedere, ad insistere.
Poi, improvvisamente, la sua relazione sentimentale subisce un duro colpo e finisce. Lei si ritrova da sola in una città dove le porte restano sempre socchiuse, ma non si aprono mai davvero.
E così finisce la sua prima vita a Roma.
L’esistenza di Betty diventa disordinata. Continua a frequentare i salotti della Roma “bene”, le abitazioni luminose dei professionisti di successo, i palazzi dell’aristocrazia. È una luce che non la illumina quella delle case che frequenta, anzi la getta in un’esistenza sempre più in ombra. Ma a Roma puoi continuare a sognare il cielo anche quando stai scivolando nel fango.
Mentre trascorre un altro anno, lei accumula relazioni brevi. I vicini la vedono scendere da automobili di lusso.
Nella sua seconda vita a Roma, Elisabetta si illude ancora di giocare con la ruota della fortuna. Zigomi alti, gote evidenti, occhi a mandorla, naso dritto, capelli nerissimi. Una bellezza contesa dalle promesse dei cialtroni, dei galoppini, dei miserabili. Accompagna certi uomini d’affari per una serata. Cena in un locale di Via Veneto e poi una puntata al Falcon Club di Via degli Avignonesi, per ballare fino a tardi.
Poi nel 1984 incontra Ubaldo Cosentino, figlio dell’ex segretario generale della Camera dei Deputati, Francesco Cosentino. Anche il nonno di Ubaldo (che portava il suo stesso nome di battesimo) aveva ricoperto il ruolo di segretario generale della Camera. Francesco Cosentino aveva avuto qualche problema quando il suo nome era saltato fuori nelle liste della loggia massonica P2, rinvenute a Castiglion Fibocchi nel 1981. Tuttavia nel 1984 era ancora “in ballo”, tant’è che da gennaio a giugno di quello stesso anno, era riuscito a subentrare in un seggio di deputato europeo, per le liste della Democrazia Cristiana.
La relazione tra Betty e Ubaldo sembra un grande amore. I due vanno a vivere insieme, ma il ragazzo è un tossicodipendente e la convivenza è difficile. Poi il 4 marzo 1985 il papà di Ubaldo muore improvvisamente e tutto diventa più complicato. La famiglia impone al giovane Cosentino di disintossicarsi, di lasciare l’ambiente romano, di cambiare aria e, quindi, di troncare la relazione con Elisabetta. La giovane sarda non è mai rientrata nei canoni imposti dalla posizione sociale di Ubaldo. Bella certo, ma troppo chiacchierata: le serate al night, la vita dolce, i provini, gli inviti. E così ad aprile del 1986 Ubaldo lascia l’Italia e si trasferisce nel Niger, dove avvia un’attività di import export di pellami. Prima di andarsene lascia a Betty la casa in affitto a Via dei Prefetti. Il contratto resterà intestato a lui, l’affitto lo pagherà lei.
Così finisce la seconda vita di Elisabetta a Roma.
La convivenza con Ubaldo le lascia anche la dipendenza dall’eroina. La ragazza oltre ai soldi necessari a pagare l’affitto, a comprarsi qualcosa, ha sempre più bisogno di quelli necessari a procurarsi la droga.
Il 27 giugno 1986, nel corso del sopralluogo, il capo della sezione omicidi, Nicolò d’Angelo, era rimasto senza parole sfogliando l’agenda di Betty. Vi erano riportati centinaia di nominativi, con annessi numeri di telefono ed indirizzi. Giornalisti, portaborse, figli di palazzinari, rampolli di famiglie note, esponenti della nobiltà romana, ma anche parlamentari, registi, fotografi. Soggetti curvati su sé stessi, bolle luccicanti ammassate nella schiuma di Roma.
Rino Monaco, il capo della squadra mobile, dice ai suoi uomini di interrogare tutti. In verità quelli che finiranno in commissariato sono solo una sessantina di soggetti. Ci sono i proprietari di un noto locale nei pressi di Via Veneto, c’è un giovane costruttore edile, c’è una ragazza con il cognome di una delle maggiori famiglie dell’aristocrazia romana, c’è un playboy, ci sono molti professionisti “noti” e anche un giornalista (il giornalista lo arresteranno, ma con l’omicidio non c’entra). Alcuni testimoni qualcosa raccontano, altri ammettono di aver avuto con la modella una superficiale frequentazione, altri di averla conosciuta, ma di non saperne nulla.
Roma è davvero una città splendida e infame.
La gente “perbene” ti accoglie e ti porta in palma di mano fino a quando sei utile e ti lasci usare. Se poi dovessi avere bisogno di aiuto, magari perché sei in difficoltà, la mano la ritirano e il palmo lo nascondono. È la regola della borghesia, dell’aristocrazia, dell’intellettualità asservita al potere, della politica cafona, è la regola aurea di questa città dove tutto diviene, ma nulla cambia. Negli ultimi mesi Betty distribuisce negli ambienti che ha frequentato numerosi biglietti con il suo numero di telefono nel disperato tentativo di trovare un aiuto per uscire dall’inferno nel quale si trova. Da aprile del 1986 era anche in cura presso l’ospedale Santo Spirito per disintossicarsi.
Viene interrogato il portiere di Via dei Prefetti più volte. Grazie alle sue indicazioni gli uomini di Rino Monaco, capo della squadra mobile, tracciano l’identikit di un “biondino”, visto salire nell’’appartamento e per un po’ si scatena la caccia a questo presunto frequentatore di Betty. L’8 luglio il “biondino” si presenta spontaneamente in questura, accompagnato dal suo avvocato. Viene a lungo interrogato da Nicolò D’Angelo, ma nulla di significativo emerge e anche la pista del “biondino” finisce in un nulla di fatto.
Inutilmente il magistrato Giovanni Conti, incaricato dell’indagine, tenterà di interrogare Ubaldo Cosentino.
La famiglia si oppone al suo rientro in Italia. “Proprio perché si è trasferito in Niger, non può essere coinvolto nel delitto” spiega il suo avvocato. Inoltre la famiglia teme che, dopo la cura disintossicante e il distacco da Roma, se rientrasse Ubaldo possa tornare in contatto con l’ambiente romano della droga.
Nel frattempo c’è stata l’autopsia. Il medico legale Giovanni Arcudi conferma la morte sopravvenuta in seguito a sette coltellate inferte con un coltello serramanico, una delle quali ha trapassato l’aorta. Il medico legale ne fissa l’orario tra le 14 e le 14.30 del 23 giugno. Prima di attingerla, l’omicida – forse per immobilizzarla – le ha stretto con forza la catenina al collo, spezzandola.
Per Nicolò D’Angelo, il dirigente della sezione omicidi, non ci sono dubbi: la vittima conosceva l’assassino e l’ha fatto entrare. Poi c’è stata una lite ed è scattata l’aggressione, che è stata improvvisa. Purtroppo la ricerca delle impronte digitali si è rivelata infruttuosa e l’indagine coinvolge soprattutto il mondo della droga.
Il 5 luglio vengono arrestati due giovani di venti e ventiquattro anni. Uno dei due è già noto alla Digos per essere stato un esponente della formazione di destra “Terza Posizione”. Negli ultimi mesi hanno spesso venduto dosi di eroina a Betty. Finiscono in carcere con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti.
Il 31 luglio vengono arrestati tre uomini (Luciano C., Franco T. e Carlo S.) e due donne (Dolores F. e Fabrizia S.). L’accusa è sempre la stessa: detenzione e spaccio. Tutti, in tempi diversi e in varie occasioni, sono stati in contatto con Elisabetta. Una delle due donne viene accusata anche di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Luciano C. e Franco S. ricevono una comunicazione giudiziaria per omicidio volontario nei confronti di Elisabetta Di Leonardo. I cinque saranno processati di lì a poco per i reati loro contestati e nel corso del processo – sia pure indirettamente – si parlerà di Betty.
“È emerso un quadro sconsolante, a tratti allucinante”, scrive Flavio Haver commentando per il Corriere della Sera la prima udienza del processo ai cinque arrestati, “della vita di una giovane che non aveva molto denaro, che si arrangiava chiedendo soldi agli amici per procurarsi la dose giornaliera.”
Franco T. così depone: «Ho conosciuto Elisabetta perché cercava droga. L’ho incontrata più di una volta. Con l’omicidio non c’entro nulla.»
«Elisabetta mi ospitò» aggiunge Carlo S., «un paio di notti, quando non sapevo dove dormire. La seconda volta tornai da lei con una bottiglia di whisky. Ricordo benissimo: si chiuse in camera e si bucò con Stefano.»
Davvero allucinante la deposizione di Dolores F.: «Ho conosciuto Elisabetta in aprile. Quando andai in casa sua la trovai in compagnia di un certo Stefano. Quella sera non girò droga. Però pochi giorni dopo mi chiamò dicendomi di sentirsi male. Mi pregò di aiutarla. Corsi da lei e dopo un po’ arrivò uno che veniva chiamato “principe Boncompagni”. Dopo quell’episodio le dissi di non chiamarmi perché avevo il telefono sotto controllo. Era un tipo strano, non mi piaceva.»
Gli ultimi mesi di vita per Betty sono duri. Per procurarsi la droga deve spacciarla.
La terza vita di Elisabetta inizia dalle parti della Stazione Termini. Da Via Veneto a Piazza dei Cinquecento è poco più di una passeggiata. Là bazzicano certi tipi spietati. Estremisti senza più fede, finiti a spacciare la polvere bianca. Loro la rifornivano.
I vicini la vedevano uscire di notte, vestita di nero. Si infila nei vicoli bui intorno a Montecitorio, o nelle viuzze tra Via del Corso e Via Ripetta. Chissà a quali portoni bussa? Chissà da chi sale?
I negozianti hanno smesso di farle credito.
Per le feste di Pasqua del 1986 Betty era tornata a casa. L’avevano vista allo stabilimento balneare Lido, al Circolo del tennis. Nessuno si era reso conto di quanto fosse scontenta, di quanto avesse bisogno d’aiuto. Tutti troppo distratti. Forse avrebbe dovuto rientrare a casa definitivamente e mettere da parte i sogni infranti, ma è come quando giochi a poker, perdi e non riesci ad alzarti dal tavolo nemmeno quando non hai più nulla da puntare.
«A Roma va tutto bene!» Cos’altro avrebbe potuto dire alla sorella, al padre, alla madre? Già troppe malignità avevano dovuto sopportare. «Betty è bella, Betty fa la modella.» Ormai era diventata pallida e magra, nessuno l’avrebbe più ingaggiata.
Nelle pagine del diario rinvenuto a Via dei Prefetti, Betty esplora le motivazioni dei suoi comportamenti e, benché non riesca a farne a meno, sembra consapevole che la droga è una sorta di punizione che si autoinfligge per annientarsi. Sui fondali dei suoi ultimi giorni di vita si aggirano come fantasmi i fallimenti della sua vita sentimentale.
L’indagine si arena di fronte all’impossibilità di raccogliere gli elementi necessari per procedere contro l’omicida. Nicolò D’Angelo non crede al delitto maturato nel mondo della droga.
Quella “carta” da cinquantamila lire lasciata sul petto di Betty da chi l’ha uccisa rappresenta un gesto di disprezzo nei confronti della vittima, anzi uno “sfregio”. Tra la ragazza e l’omicida doveva esserci una relazione ben definita. Forse D’Angelo ha anche una idea di chi possa essere stato, ma deve arrendersi. Non c’è nessuna prova per incastrarlo.
Non avrebbe dovuto aprirgli. Era un tipo viscido. Le stava addosso biascicando oscenità, con l’aria di chi è convinto gli sia tutto dovuto. Lei indossava le pantofole ed un abitino leggero di maglina. Al collo portava una collana a maglie larghe. Era il 23 giugno del 1986, un lunedì.
Per approfondire il caso di Elisabetta Di Leonardo: https://www.youtube.com/live/ddzEIe0AO1E?si=J75EMWEPsHy0k_SC
