
L’Europa che va al voto il 9 giugno è molto diversa da quella di cinque anni fa. La pandemia, la guerra in Ucraina, l’acuirsi della crisi ambientale hanno cambiato il quadro. L’epidemia di Covid19 ha portato l’insicurezza nelle nostre case, la guerra ha fatto ingresso ai nostri confini in un mondo sempre più polarizzato e sconvolto dal cambiamento climatico.
L’Europa è sempre più compressa tra Usa e Cina, costretta a confrontarsi con ordinamenti più veloci, più determinati, più attenti a difendere i propri interessi e quelli delle loro imprese.
La sfida di fronte a noi è enorme: è una sfida istituzionale, perché è urgente costruire un’Europa capace di stare nel mondo con processi decisionali più efficaci e di essere vicina ai territori.
È una sfida economica, per colmare i ritardi europei in una competizione globale sempre più difficile. Le nostre imprese sono infatti meno digitalizzate e meno verdi, dipendenti da materie prime critiche, da semiconduttori, da produzioni green. Le nostre università e i nostri centri di ricerca fanno più fatica a trasformare le loro idee in imprese e lavoro.
È una sfida valoriale altrettanto importante di cui dobbiamo essere consapevoli: l’Europa è chiamata, in questo tempo, ad essere testimone diretta dei suoi valori, al suo interno e fuori dai confini europei, cioè i valori della coesione, per contrastare disuguaglianze intollerabili per una comunità democratica; per dimostrare che il concetto di trasformazione verde può andare insieme alla parola giustizia, che quindi consenta a tutti di mantenere i propri livelli di vita pur nella transizione.
Discorso che vale anche per l’agricoltura, rispetto a cui dobbiamo essere capaci di ascoltare le proposte di agricoltori con redditi spesso insufficienti e, d’altra parte, garantire la qualità del nostro cibo, perché il “siamo quello che mangiamo” è ormai una certezza di questo tempo.
E ancora, per contrastare la geografia dello scontento, quelle sacche di abbandono di molti nostri territori in cui si annidano populismo e disaffezione verso le istituzioni: mai come oggi abbiamo bisogno di una politica europea che sia vicina al cuore dei problemi, che sia determinata nel portare tutti i cittadini alla stessa altezza, che dialoghi con il livello nazionale e con i problemi del territorio per trovare soluzioni ai problemi che viviamo. La posta in gioco in queste elezioni è la tenuta democratica e ne dobbiamo essere convinti.
La voce socialista è quella di questo tempo: quella che dà concretezza a questi valori, che si pone le domande giuste di fronte alle sfide. Per convincersene basta vedere la marcia indietro della presidente von der Leyen sul Green Deal, piano convintamente sostenuto dai socialisti e che ha caratterizzato questi ultimi cinque anni di politica europea. Cedere su questo, per l’infausto abbraccio della destra popolare con i sovranisti, è il rischio più grande. L’impegno è dunque andare avanti attorno ad alcune parole chiave che dobbiamo tenere ferme, perché sono i nostri obiettivi politici: crescita, inclusione, ambiente, innovazione. Per questo le elezioni di giugno sono cruciali e meritano l’impegno di tutti e tutte noi.
