
«Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come Voi, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta».
Così Piero Calamandrei nel 1955.

L’attuale Presidente del Consiglio, nonostante le difficoltà del Paese, da mesi sostiene che la riforma costituzionale sul premierato sia la priorità.
Un facile sviamento dell’attenzione collettiva dalle diseguaglianze territoriali ed economiche che ormai lacerano il Paese ed un vessillo che Giorgia Meloni intende sventolare prima delle Europee, dopo aver lasciato fare la stessa cosa a Matteo Salvini con l’Autonomia differenziata. Un baratto spregiudicato interno alla maggioranza delle destre, che smonta l’impianto voluto dai Padri costituenti e trasforma la Carta costituzionale in mera merce di scambio. Il cd. Ddl Casellati, in realtà, con cinque articoli riscriverebbe tre articoli della Costituzione, l’88, il 92 e il 94, abbandonando definitivamente il modello di democrazia parlamentare per quella che Meloni ha già solennemente ribattezzato “l’entrata del Paese nella Terza Repubblica”. L’ordine della “donna-madre-cristiana d’Italia” è di respingere ogni dialogo con le opposizioni e di arrivare in Aula prima di Pasqua.
Un atteggiamento in linea con il presidenzialismo “assoluto” della riforma, contrario ad ogni forma di controllo e contrappeso. Una proposta che, accentrando il potere nelle mani della maggioranza uscita vittoriosa dalle urne, renderebbe il Capo dello Stato un mero notaio e svilirebbe l’autonomia del Parlamento, in favore di un rafforzamento del Premier e del Governo, senza reali contrappesi. Una verticalizzazione del potere per una “democrazia dei vincitori”. Il Presidente del Consiglio dei ministri eletto a suffragio universale non sarebbe più primus inter pares nel Governo, ma un parlamentare al di sopra degli altri ministri, con legittimazione superiore allo stesso Capo dello Stato.
Al contrario, il Presidente della Repubblica sarebbe privato dei suoi due poteri fondamentali, indicare il Presidente del Consiglio e sciogliere le Camere, fino a divenire un mero ratificatore del “premier investito dal popolo”, con un sovvertimento del peso tra le due figure.
Anche nelle crisi di governo, le sue prerogative risulterebbero molto ridotte, in quanto la scelta del premier successivo al primo dovrebbe avvenire necessariamente tra i parlamentari della maggioranza, escludendo personalità esterne o governi “tecnici”. In tal modo le crisi potrebbero essere addirittura indotte internamente alla maggioranza, con possibili “staffette” tra i leader dei partiti vincitori, dove né Capo dello Stato, né Parlamento avrebbero potere di intervento. Nomina e revoca dei ministri spetterebbero al Premier, così come lo scioglimento delle Camere – possibile anche nell’ultimo semestre di legislatura – in un dialogo interno tra maggioranza di Governo e maggioranza parlamentare, senza potere di interlocuzione per opposizioni e Presidente della Repubblica. I poteri del Capo dello Stato diverrebbero vincolati e rigidi, relegati ad atti meramente formali con forte limitazione del suo raggio di azione.
Un meccanismo spacciato come popolare e anti-ribaltone, dove il rischio concreto è, tuttavia, che gli elettori scelgano con il voto solo il primo premier, mentre sarebbe poi la maggioranza vincitrice a decidere se tenere o sfiduciare quel Presidente del Consiglio, con il resto del Parlamento a guardare. Una finta legittimazione popolare per affidare la legislatura solo alla maggioranza di turno.
In questa marcia avviata verso la conquista dei “poteri assoluti”, la maggioranza ha respinto in commissione tutti i correttivi proposti per mitigare lo strapotere del premier, come l’aumento del quorum per eleggere Capo dello Stato e Presidenti delle due Camere (evitando che sia la maggioranza, da sola, a decidere sulle più alte cariche), o la possibilità di ricorrere alla Consulta da parte di un terzo dei parlamentari, o la limitazione della decretazione d’urgenza. Esclusa anche la nomina dei Senatori a vita (non controllabili dal governo) e previsto, addirittura in Costituzione e a prescindere dalla legge elettorale prescelta, un premio di maggioranza su base nazionale, che metta ancora più al sicuro i vincitori.
Un modello costituzionale di democrazia che non esiste in alcuna parte del mondo e che metterebbe fuori gioco l’opposizione per tutta la legislatura. Peraltro, la contestuale elezione di Parlamento e Presidente del Consiglio instaurerebbe una dipendenza del Parlamento dal Governo, con un Premier che darebbe l’indirizzo politico al “suo” Parlamento ed un sovvertimento di equilibri inaccettabile, giacché il Parlamento rappresenta tutte le forze politiche del Paese e l’unità dei cittadini.

Questo disegno di legge, oltre a non garantire affatto, come visto, alcuna stabilità, si risolverebbe in un blocco di conservazione del potere, dove premier e maggioranza potrebbero imporre qualsiasi decisione legislativa e governativa, esercitando di quei “pieni poteri” ricorrenti nelle aspirazioni delle destre, sul presupposto di una (apparente)“investitura popolare”. Un inganno anche per i cittadini che amplificherebbe ulteriormente la loro disaffezione al voto. La governabilità andrebbe cercata, al contrario, nel rafforzamento della dignità della politica e della rappresentanza, attraverso nuove leggi su partiti e sindacati, potenziando il ruolo del Parlamento rispetto all’esecutivo e con una nuova legge elettorale che rinnovi affezione e partecipazione.
La proposta è stata già pubblicamente bocciata da numerosi costituzionalisti, da De Siervo a Cartabia, da Zagrebelsky a Silvestri, fino al Prof. Marcello Pera, dello stesso partito della “Sorella D’Italia”, che ha tacciato di incomprensibilità quello che è stato ribattezzato il “lodo Calderoli”. Alle opposizioni, se la maggioranza continuerà a tirare dritta, non resterà che il referendum confermativo, costato caro già in passato a chi ha tentato riforme costituzionali in solitaria.
