Se qualche mese fa avessero detto a Seif Bensouibat, educatore del prestigioso liceo
romano Chateaubriand, che gli sarebbe stato revocato il permesso di rifugiato politico e che
sarebbe stato rinchiuso nel CPR di Ponte Galeria per le sue posizioni filopalestinesi,
probabilmente – come noi leggendo la notizia – non ci avrebbe creduto. Ed invece è proprio
quello che è successo. Seif, rifugiato algerino residente in Italia con regolare permesso di
soggiorno dal 2013, è stato licenziato dal liceo dove lavorava e la polizia si è presentata a
casa sua, prima per perquisirla, poi chiedendogli di seguirli per una notifica. Nessuno però
gli aveva detto che era una notifica di espulsione dal territorio nazionale e che, invece di
tornare a casa, sarebbe stato trasferito nel CPR di Ponte Galeria, ormai noto per i
trattamenti disumani riservati ai suoi detenuti.


I contenuti causa di questo trattamento non vengono da piattaforme pubbliche, ma erano
stati condivisi a febbraio in una chat privata con altri professori, uno dei quali ha segnalato la
questione al preside, che a sua volta ha segnalato l’educatore all’ambasciata francese e poi
alla polizia. Questo ha portato ad una perquisizione da parte della Digos alla ricerca di armi
ed esplosivi, ed alla revoca del permesso di soggiorno. Successivamente è stata aperta
un’indagine penale per minaccia aggravata e istigazione finalizzata alla discriminazione, per
poi arrivare al suo trasferimento in CPR. Il 20 maggio il giudice di pace non ha convalidato il
suo trattenimento, permettendo quindi la sua liberazione; nonostante questo, rimane a
rischio espulsione a causa della revoca del suo status di rifugiato politico.


Questa vicenda è disturbante su più livelli, e mette in luce varie problematiche del nostro
Paese. Prima di tutto i CPR, luoghi di detenzione con condizioni di vita degradanti, tra cui
cibo scaduto, massicce dosi di psicofarmaci somministrate, pessime condizioni igieniche,
cimici, abusi, e mancanza di sostegno psicologico. I suicidi e l’autolesionismo nelle strutture
continuano ad aumentare e lo Stato – posto di fronte a questi fatti – guarda criminosamente
dall’altra parte. I CPR vengono inoltre spesso gestiti da aziende private, realtà che
metteranno sempre al primo posto i loro profitti: l’ennesima scelta criminale, frutto di una
strategia di “accoglienza” che calpesta i diritti umani. I CPR vengono proposti come
soluzione alle persone senza permesso di soggiorno, ma di fatto le trascinano in un limbo
che si nutre della loro irregolarità, rinchiudendole per mesi senza poi espellerle a causa della
mancanza di accordi tra l’Italia e i Paesi d’origine. Inoltre, anche se quegli accordi
esistessero, l’espulsione non sarebbe una prospettiva migliore, dato che vorrebbe dire darle
in mano agli stessi carnefici dai quali sono scappate. Infine, una volta trascorsa la durata
massima di detenzione (18 mesi), tutte quelle persone vengono lasciate per strada, senza
alcun cambiamento per quanto riguarda il permesso di soggiorno, e senza alcuna possibilità
di inclusione nella società.


Un’altra evidente problematica è l’incapacità dello Stato di gestire il dissenso, anche quando
questo viene da un singolo educatore che stava esprimendo la sua opinione in una chat di
gruppo. Il trattamento nei confronti di Seif è stato possibile grazie ai doppi standard che
vengono applicati ogni giorno dall’Italia, dall’Europa, e dall’Occidente in generale. Ci è stato
ancora una volta dimostrato che la libertà d’opinione vale solo quando fa comodo; dunque,
un rifugiato algerino e musulmano che sostiene la causa palestinese, andando contro tutto
ciò che l’Occidente disperatamente protegge e giustifica – diventa la preda perfetta di coloro
che disumanizzano e inneggiano alle politiche securitarie.

Seif non ha espresso le sue opinioni a scuola o sui social, dove, tra l’altro, persone con ruoli di rilievo – ma non stranieri – non si sono mai fatte problemi a dire la loro e spesso a fare disinformazione; ma in una
chat privata, cosa che, in una democrazia dove la libertà d’espressione è protetta dalla
Costituzione, non dovrebbe essere considerata reato per nessuno.


Per concludere, la vicenda aberrante di Seif, che speriamo non si concluda con una sua
espulsione dal Paese, ci ha dimostrato non solo come i CPR oramai siano veri e propri
centri di detenzione – cosa purtroppo già nota – ma anche come questi siano diventati, nel
caso di Seif, punizione per aver espresso la propria opinione. Rimane dunque necessario
fermarci un attimo e chiederci se il permesso di soggiorno sarebbe stato revocato e la
reclusione in CPR imposta nel caso in cui le stesse opinioni fossero state espresse da un
docente bianco proveniente da un paese da noi considerato “sviluppato”. Sarebbe stato
segnalato alla sua ambasciata? Sarebbe stato licenziato? La Digos avrebbe perquisito casa
sua in cerca di armi? Avrebbe passato alcuni giorni in CPR nel degrado più totale ed
abbandonato dallo Stato? Le risposte a queste domande, pur non volendo ammetterlo, già
le abbiamo.

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