Trent’anni fa, la Nuova Zelanda decise di fare da apripista in un esperimento economico mondiale: mantenere l’inflazione al di sotto del fatidico 2%. Un target ambizioso oggi osannato dalla BCE che, come un virus buono, ha contagiato politiche monetarie a livello globale. Ma ecco l’ironia pungente della storia: oggi, la Nuova Zelanda guarda a quel 2% con lo stesso entusiasmo di un bambino che rivede i suoi disegni dell’asilo. L’ha semplicemente archiviato, tenendosi oggi ben più larga. E mentre loro cambiano pagina, il resto del mondo sembra altresì ancora fissato su quelle vecchie didascalie, ostinatamente aggrappato a un dogma che sta mostrando le sue crepe.

La regola aurea del mantenere l’inflazione sotto il 2% sembra oggi dunque non solo obsoleta ma, oserei dire, dannosa. Le politiche restrittive sui tassi di interesse, adottate in un tentativo quasi ossessivo di rincorrere questa chimera, stanno mettendo a dura prova l’economia europea. Non serve essere un luminare per notare come gli indicatori economici lancino segnali di allarme, con la Germania a fare da triste capofila in questa marcia verso la depressione economica. E mentre il Vecchio Continente procede a passo di lumaca, il resto del mondo sta riprendendo il largo: gli Stati Uniti, per esempio, si godono una crescita annua che supera il 3%, anche su spinta di un nuovo export per loro verso di noi, che non possiamo più comprare dalla Russia (e, per carità di Dio, va bene, è comprensibile e giusto: ma quelli crescono anche grazie al fatto che ora dobbiamo comprare da loro). Ci ritroviamo così a rischio di essere marginalizzati, relegati a comparse in un mondo che corre veloce.

Ma c’è di più. La vera carneficina è quella sociale. Combattere l’inflazione serrando i denti sui tassi di interesse fino a scendere sotto il sacro 2% dell’inflazione sta producendo effetti devastanti sul tessuto sociale. Gente che si è ritrovata con rate sul mutuo duplicate è ormai all’ordine del giorno. E, come se non bastasse, le recenti crisi globali – dalla pandemia al surriscaldamento delle tensioni geopolitiche, passando per la sempre maggiore globalizzazione – ci insegnano una lezione amara: l’inflazione è e sarà sempre un animale indomabile, pronto a saltar fuori con un guizzo imprevedibile. Il rischio di imbattersi in un nuovo “collo di bottiglia”, come è successo con la crisi energetica, è dietro l’angolo, pronto a far balzellare l’inflazione ben oltre il 2%. Il mondo oggi è infatti globalizzato più di prima; le economie interconnesse; le tensioni alle stelle. Ci sarà una crisi all’anno, se va bene. Con conseguente crollo, collasso di un dato bene prodotto dal blocco/Paese X, il cui effetto sarà far schizzare tutti gli altri. 

Insistere sul mantenere questa soglia significa condannarci a decenni di politiche monetarie restrittive, di tassi alle stelle, di economie soffocate. È tempo di interrogarci seriamente: non sarà il caso di rivedere quel 2%? Di valutare politiche meno stringenti sui tassi di interesse, per non sacrificare sull’altare di un dogma obsoleto il benessere economico e sociale dei cittadini europei?

La storia ci insegna che niente è immutabile e che i dogmi sono fatti per essere messi in discussione. La Nuova Zelanda ci ha già mostrato che un altro percorso è possibile. Forse, è giunto il momento di prendere esempio e di osare un cambiamento, prima che sia troppo tardi. Dobbiamo avere il coraggio di riformulare le regole del gioco, in un mondo che cambia a ritmi vertiginosi. Perché rimanere ancorati a una politica monetaria concepita per un mondo che non esiste più significa non solo ignorare la realtà, ma anche compromettere il nostro futuro.

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