Dalle assemblee della Sapienza al naufragio digitale del Governo: come la generazione del NO ha smontato l’architettura autoritaria della destra.

A pochi giorni dal referendum che ha visto la maggioranza di questo Paese bocciare senza appello la Riforma della Giustizia, assistiamo ai primi scossoni tellurici di un Governo che aveva fatto della “stabilità” non solo una promessa, ma una clava retorica. Tra dimissioni eccellenti — dal Sottosegretario Delmastro alla Ministra Santanchè e Gasparri — e il tentativo goffo di una destra che prova a nascondere la polvere sotto il tappeto del tecnicismo, emerge un dato politico che non può essere ignorato: il Paese ha espresso il suo primo, vero segnale di opposizione nazionale e di massa.

Quella che abbiamo vissuto è stata una campagna referendaria densa, in cui la destra ha investito ogni residuo di capitale politico e mediatico. Non si è trattato di un quesito notarile, come si è tentato di narrare a urne chiuse per lenire la ferita, ma di uno scontro frontale sulla visione stessa della democrazia.

Il verdetto di questo marzo 2026 è un urlo di dissenso che squarcia il velo: questo Governo non gode più del consenso della maggioranza dei cittadini. Esiste una frattura insanabile tra il progetto ideologico di Giorgia Meloni e le aspettative vitali di chi questo Paese dovrà abitarlo più a lungo. La partecipazione studentesca è stata l’ago della bilancia e come Unione degli Universitari di Roma, abbiamo sentito questo spostamento crescere per mesi nei nostri atenei.

Un sentimento attivistico che ha saputo lacerare quel “velo” tecnico costruito dalla propaganda per anestetizzare il dibattito. Non siamo di fronte a un voto di stizza, ma a un atto di autodifesa costituzionale. L’analisi territoriale proposta dal Segretario Generale della CGIL di Roma e Lazio Natale Di Cola su queste pagine è illuminante: il NO non ha vinto nelle “bolle” dei privilegiati, ma nei luoghi dove la conoscenza incrocia la precarietà. A Roma, il dato è strutturale. Tra i viali della Sapienza, i laboratori di Tor Vergata e le aule di Roma Tre, abbiamo intercettato una rabbia che si è fatta metodo. Abbiamo riempito le aule non per perderci in sofismi giuridici, ma per denunciare come questo disegno di legge avrebbe scavato solchi ancora più profondi in una democrazia già asfissiata.

Abbiamo spiegato che non c’è giustizia senza equità sociale, e che una democrazia che accentra il potere è una democrazia che smette di ascoltare chi ha fame di futuro. Per anni, la destra ha scommesso sull’apatia giovanile, convinta che il populismo potesse prosperare nel vuoto della partecipazione. Le centinaia di studenti che hanno affollato le nostre assemblee hanno dimostrato l’esatto contrario.

Esiste una “speranza militante” che anima la nostra componente: la consapevolezza che il diritto allo studio, la transizione ecologica e la coesione nazionale sono facce della stessa medaglia. Mentre il Governo tentava di narrare una nazione monolitica e ripiegata su se stessa, la nostra generazione occupava lo spazio digitale con una grammatica nuova. Sarebbe bastato aprire Instagram o TikTok in queste settimane per percepire il “terremoto” in arrivo: una produzione incessante di contenuti, meme e analisi che hanno decostruito la narrazione governativa. In questo senso, l’operazione “simpatia” di Meloni nel podcast di Fedez è stata l’emblema del fallimento: un tentativo artificiale di invadere una sfera che non le appartiene, percepito come un corpo estraneo e calato dall’alto.

Di contro, influencer, giornalisti e artisti hanno riscoperto uno spontaneo legame con la Carta del ’48, traducendo la Resistenza nel linguaggio dei ventenni di oggi. Il segnale è un monito alle destre: il vostro tempo di “egemonia culturale” imposta per decreto è scaduto. La vittoria del NO è il primo vero inciampo sistemico di questo esecutivo, un corto circuito provocato da chi non ha nulla da perdere se non la propria condizione di precarietà. Pensavano di governare un gregge; si sono ritrovati davanti una piazza (fisica e digitale) che parla una lingua che loro non conoscono, e che li inchioda alle loro responsabilità.

Come Unione degli Universitari di Roma, rivendichiamo con orgoglio ogni ora passata nei corridoi, ogni post condiviso migliaia di volte. Ma la sfida ora è capitalizzare questa energia per costruire un’alternativa politica permanente. Non ci basta aver fermato una deriva autoritaria; sentiamo l’urgenza di imporre un’agenda nuova. È compito delle forze politiche progressiste, adesso, legarsi a questo segnale e raccogliere la sfida della rappresentanza.

La mappa del NO nel Lazio e nei municipi di Roma è la bussola della nostra futura azione politica: capillare, radicale e visceralmente connessa alle necessità materiali di chi studia e lavora. Il futuro non è più un’incognita che subiamo passivamente: è uno spazio che abbiamo iniziato a riprenderci. La destra lo ha capito, e per la prima volta, ha davvero paura.

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