
È attuale parlare oggi di Enrico Berlinguer? Certamente in questi giorni, con l’anniversario della sua scomparsa avvenuta l’11 giugno 1984, verrà largamente ricordato con celebrazioni, pubblicazioni, interviste a protagonisti dell’epoca e molto altro. Tuttavia, se ci limitassimo a ricondurne l’attualità solamente alle ragioni di calendario finiremmo per perdere un’importante occasione.
Ed allora si deve provare a riflettere sulla vicenda politica ed umana del leader sardo evitando due rischi altrettanto forti: quello di attualizzare passivamente la sua figura e quello, opposto, di farne un santo laico svuotato di ogni contenuto, una figura incolore, buona per essere celebrata da tutti e per tutto.
È invece bene cogliere l’occasione offerta dal quarantennale della scomparsa per provare a trarre dall’analisi e dalla riflessione degli elementi di cultura politica cui le forze di sinistra, ed il Partito Democratico in particolare, possano attingere non solo simbolicamente, come fatto con la tessera 2024 del PD, ma sostanzialmente, nella lotta politica dell’oggi.
Un’analisi storica della linea politica di Berlinguer deve tener conto del contesto in cui essa si è sviluppata, con tutti i limiti che solo a posteriori possono scorgersi con chiarezza. Gli anni della sua segreteria (1972 – 1984) sono stati infatti assai intensi, complessi e ne hanno condizionato gli sviluppi in modo decisivo, e tragico.
Il contesto nazionale vede in quel periodo l’emergere e l’incrociarsi di fenomeni decisivi per lo sviluppo della storia d’Italia: dal terrorismo neofascista (a partire dalla strage di piazza Fontana, dicembre 1969) a quello di estrema sinistra, passando per la crisi petrolifera e l’esplosione dell’inflazione, fino al movimento del ‘77. Sono anche anni in cui la partecipazione popolare alla vita politica raggiunge risultati di cui ancora oggi beneficiamo. Basti pensare allo statuto dei lavoratori (1970), all’istituzione del servizio sanitario nazionale (1978) nonché all’affermazione nel nostro ordinamento degli istituti del divorzio (1974) e dell’aborto (1981).
Il contesto internazionale invece risulta profondamente segnato dalla divisione del mondo in blocchi contrapposti, così come disegnata a Yalta. Non può non ricordarsi come, negli anni Settanta, l’Italia si è trovata su un sottile crinale: paese aderente al Patto Atlantico ma con il più grande partito comunista d’Europa. Per comprendere la fragilità di tale equilibrio basti pensare che, fino alla metà degli anni 70, l’Italia era l’unico paese mediterraneo non governato da una dittatura militare fascista. Un contesto in cui il Pci, pur raggiungendo notevoli successi elettorali, subiva il veto alla partecipazione diretta al governo del paese. Un limite che impediva la realizzazione di una piena democrazia dell’alternanza.
In questi anni complessi e tormentati è possibile rinvenire alcune tappe decisive nello sviluppo della linea politica che Berlinguer impresse al Pci, consentendogli – in un sistema politico ingessato e che subiva il vincolo dell’appartenenza al blocco occidentale – di essere pienamente protagonista della politica del paese.
La prima e più significativa tappa di questo percorso ideale è quella del compromesso storico, quale intesa tra le forze popolari e democratiche di diversa ispirazione, comunista, democristiana e socialista, per la difesa della repubblica democratica contro derive autoritarie. Anche, e soprattutto qui, è fondamentale il contesto internazionale in cui viene elaborata questa proposta politica. Berlinguer, infatti, scrisse i tre celebri articoli su Rinascita, in cui delineava il contenuto di tale iniziativa, esattamente tra il golpe in Cile (11 settembre 1973) ed il fallito attentato subito a Sofia (3 ottobre 1973).
Un contesto di cui Berlinguer coglie la drammaticità per l’Italia, con il concreto rischio di una “svolta cilena” anche per il nostro paese, e da cui però il segretario del Pci con coraggio propone una via d’uscita, quella della collaborazione tra così diverse forze politiche, che avrebbe fatto dell’Italia un esperimento unico nel panorama mondiale: paese Nato con al governo un partito comunista. Evidentemente un’eresia invisa ad entrambi i blocchi.
Berlinguer elabora quindi la proposta del compromesso storico sulla base di un’analisi precisa e con un obiettivo chiaro. L’analisi è fondata sulla consapevolezza che la divisione in blocchi del mondo impediva una piena realizzazione della democrazia in Italia e che quindi, in questo contesto, “la contrapposizione e l’urto frontale tra i partiti che hanno una base nel popolo (…) conducono a una spaccatura, a una scissione in due del paese che sarebbe esiziale per la democrazia e travolgerebbe le basi stesse della sopravvivenza dello stato democratico.” L’obiettivo è quello di sviluppare un dialogo, nel rispetto delle reciproche differenze, che evitasse la saldatura degli strati intermedi della società con le forze della destra reazionaria. Realizzare l’unità delle forze democratiche e antifasciste per la difesa della repubblica costituzionale come soluzione alla crisi che avrebbe potuto condurre l’Italia a una tragica fine. Occorre segnalare, solo per inciso, che tale proposta era stata costruita anche richiamando la scelta togliattiana della democrazia progressiva come terreno di affermazione della via italiana al socialismo. Nel suo terzo articolo, non a caso infatti, Berlinguer parlerà di “nuovo” compromesso storico, a richiamare quindi il primo: quello tra tutte le forze politiche antifasciste che avevano contribuito alla resistenza partigiana ed alla stesura della Costituzione. La combinazione di fattori interni e internazionali, che avevano dato l’impulso iniziale alla proposta del compromesso storico, ne segneranno tragicamente la fine, con il tragico assassinio del suo principale interlocutore, Aldo Moro, proprio nel momento in cui il Pci avrebbe portato il suo sostegno diretto al governo del paese.
La seconda tappa fondamentale si rinviene della cd. “politica dell’austerità”, definita nel celebre discorso del 15 gennaio 1977 a conclusione del convegno “Gli intellettuali e il Pci”. Berlinguer, in risposta alla crisi del sistema capitalistico dell’epoca, segnato dalla crisi petrolifera, dall’esplosione dell’inflazione e dalla mancata crescita del paese, avanza una proposta di rinnovamento della società italiana. In questo senso però chiarisce che l’austerità non vada intesa come risposta congiunturale di riduzione della spesa pubblica o, più in generale, come insieme di sacrifici per i lavoratori e le classi medie ma come occasione di ripensamento dell’intera struttura sociale ed economica del paese. “L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, giustizia. Lotta effettiva contro il dato esistente e l’andamento spontaneo delle cose con l’obiettivo della realizzazione della piena uguaglianza ed effettiva liberazione dell’uomo”. In questa riflessione Berlinguer, con originalità, pone le premesse per affrontare con uno sguardo nuovo le complessità dell’epoca: dalla necessità della liberazione della donna ad un diverso e più giusto rapporto con i paesi del “terzo mondo” fino all’idea di considerare un modello di sviluppo industriale che tenesse conto del rispetto dell’ambiente. Elementi, questi, che ancora una volta mostrano come il Pci sulle questioni globali maturava un’attenzione nuova, diversa, rispetto sia ai partiti comunisti del mondo sovietico che a quelli socialdemocratici del nord Europa.
L’ultima tappa di cui è rilevante tener conto è quella della cosiddetta “questione morale”. La celebre intervista del 1981 a Scalfari era la risposta al tentativo della Dc di estromettere il Pci dal centro della scena politica, dopo il fallimento della politica del compromesso storico, con la scelta del Psi come principale interlocutore. Berlinguer, da una posizione difensiva questa volta, ripropone il tema della mancata realizzazione della democrazia dell’alternanza quale causa principale della crisi italiana. La questione morale non ridotta a questione moralistica del “singolo” ma vista in una più ampia prospettiva di una doppia crisi di sistema: quella della democrazia italiana e quella dei partiti. La democrazia italiana incapace di realizzarsi pienamente per l’esclusione del Pci dalla possibilità di assumere il diretto governo del paese. La crisi dei partiti perché non più strumenti di promozione civile e di partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica ma “macchine di potere che si muovono solo per il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, assessorati, enti partecipati”. Parole che colpiscono ancora oggi e dalle quali nessun partito può dirsi non toccato.
Ovviamente la politica di Berlinguer è stata anche altro e si è misurata su molte altre questioni importanti: il rapporto con i cattolici; l’affermazione progressiva dell’autonomia da Mosca; la pace e il disarmo nucleare (quella contro l’installazione dei missili americani a Comiso una delle sue ultime battaglie).
Se certamente dall’analisi delle questioni politiche si possono trarre elementi di riflessione per l’oggi, essi tuttavia non esauriscono l’attualità della figura di Berlinguer. Il vasto riconoscimento che oggi tante persone, anche nate dopo quelle vicende, tributano al segretario sardo non potrebbe essere pienamente compreso se non si tenesse conto anche del suo lato umano. Per tutta la sua segreteria, infatti, Berlinguer ha assolto alla funzione pubblica con serietà, onestà, rigore. In una parola: credibilità. Questa è anche la chiave per cui ancora oggi, dopo quaranta anni, l’ex segretario del Pci è sentito come un punto di riferimento.
Depurato dal trascorrere degli anni, il lascito politico di Berlinguer, a parere di chi scrive, può essere individuato in due punti essenziali, entrambi validi non solo nella loro attualità ma anche nell’essere da monito per il Partito Democratico.
Il primo tema risiede nel valore della democrazia. Berlinguer individua in questa forma di governo, così come delineata dalla Costituzione repubblicana, una garanzia fondamentale per ogni possibile cambiamento strutturale della società e del sistema economico del paese. L’insieme dei principi e degli istituti di partecipazione popolare che sono stabiliti e tutelati nella nostra carta fondamentale, infatti, sono “letti” non come affermazioni astratte ma come punti cardine dell’unico terreno su cui le forze popolari possono efficacemente mutare lo stato di cose esistente.
Berlinguer si pone quindi in piena continuità rispetto alla linea togliattiana che aveva segnato l’originalità delle scelte del Pci, partito che, pur non rinunciando a propositi di radicale trasformazione della società, aveva però sin da subito scelto la strada della partecipazione attiva nella costruzione della democrazia del paese attraverso la partecipazione alla guerra di resistenza, ai primi governi e, soprattutto, alla redazione della Costituzione.
Per il Pci difendere la Costituzione e la democrazia voleva dire difendere l’unico terreno in cui in Occidente, in un mondo “bloccato” dalla guerra fredda, le masse popolari avrebbero potuto combattere ed affermare i propri valori e proposte, scongiurando il rischio dell’instaurazione di dittature militar-fasciste come avvenuto nel resto del mediterraneo, a non andar lontani.
Il secondo tema che segna l’attualità di Berlinguer può essere individuato nella costante tensione alla ricerca di soluzioni nuove, originali, ai problemi del paese dalla prospettiva comunista. Solo se si valorizza questo elemento si comprende appieno come Berlinguer abbia sviluppato quell’idea della democrazia progressiva che consentiva di coniugare la democrazia, i diritti, le libertà con la possibilità che si affermassero in un sistema di produzione diverso da quello capitalistico che, al contrario, produce ingiustizia, disuguaglianze ed esclusione.
Una tensione cristallizzata nel celebre discorso del 1977, tenuto a conclusione del convegno “Gli intellettuali e il Pci” quando afferma che: “per trasformare la società si tratta non di applicare dottrine o schemi, non di copiare modelli altrui già esistenti ma di percorrere vie non ancora esplorate e cioè inventare qualcosa di nuovo che però stia sotto la pelle della storia e che sia cioè maturo, necessario e quindi possibile”.
Da qui l’attualità che suona però come un monito per le forze di sinistra ed il Partito Democratico: l’obbligo di cercare e percorrere strade nuove, adeguate al secolo che viviamo, per affrontare i temi del lavoro, della pace, della giustizia sociale, dello sviluppo economico e civile con la forza che deriva da una attiva partecipazione popolare, nel segno dei valori e della storia della Costituzione.
